Ricordando Bobby Sands. Riflessioni sul terrorismo.

di Fernando M. Adonia

«Sono un prigioniero politico. Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana, e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, detenuto, torturato». (Bobby Sands, Un giorno della mia vita [1982], Feltrinelli, Milano, 1996, pag. 93).

Questo breve testo è tratto dal diario di Bobby Sands, poeta e combattente dell’esercito repubblicano irlandese. La data è dell’1 marzo 1981, ovvero il primo giorno di sciopero della fame che lo portò, dopo 66 giorni di resistenza, alla morte. Dopo di lui morirono altri nove militanti dell’Ira. Lo scopo di questa atroce protesta fu il riconoscimento dello statuto di prigionieri di guerra e non quello di criminali comuni. Non era in gioco una quisquiglia linguistica, ma la presa d’atto da parte della Corona britannica che sul proprio territorio fosse in atto un conflitto armato. Ciò avrebbe significato, sotto il profilo morale e politico, che ai militanti dell’Ira si sarebbe dovuto riconoscere lo status ed il trattamento di militari, normato nelle convenzioni internazionali, e non di vili terroristi.

Il beato Giovanni Paolo II fu molto vicino, con parole e preghiere, agli scioperanti. Si adoperò diplomaticamente per una soluzione incruenta della crisi, ma con scarsi risultati. Sands morì con in mano il rosario inviatogli dal Papa in persona. Oggi l’Ira è divisa, ma la questione irlandese non è affatto risolta. Semmai, dopo quasi quarant’anni dal Bloody Sundey di Derry nel 1972, la gente è stanca di violenza e odio. Il consumismo ha stemperato i conflitti e distolto la generazione attuale d’irlandesi dalla battaglia su alcuni diritti fondamentali violati. Certamente il conflitto Nord Irlandese si àncora sulle divisioni religiose tra le due parti in lotta, cattolici versus anglicani. Ma non è l’unica chiave di lettura plausibile. Per Carlo Lo Re, ad esempio, l’innesco della guerra nordirlandese è soprattutto sociale. Per dirla con l’ortodossia marxista: è un conflitto di classe. La tesi in questione è esposta nel saggio del La questione nord-irlandese. Per una storia critica del conflitto in Ulster (Antonio Pellicani Editore, 2000). Le premesse di metodo e contenuto al saggio sono già tutte nel sottotitolo: l’approccio “critico” richiama subito alla memoria la ricerca sociologica prodotta dalla Scuola di Francoforte. L’importanza del saggio, oltre ad avanzare un ipotesi inedita, è quella di aver ricostruito con estrema puntualità i dettagli storici del conflitto. Fattore non sempre scontato. Il merito è stato anche di vagliare, non solo le ragioni dei militanti cattolici, ma anche le opzioni dei combattenti unionisti, cioè degli anglicani fedeli alla regina Elisabetta. Anche questo non è uno sforzo usuale.

Un testo dunque estremamente interessante, ma anche un conflitto in toto da rileggere con grossa attenzione. Non dimentichiamo che stiamo parlando di una guerra a tutto a campo all’interno della civilissima Unione Europea, avanguardia di pace e democrazia. Questo dettaglio dovrebbe già inquietare le coscienza. Ma stiamo parlando anche di un conflitto dove la parola “terrorismo”, più che in altre dispute armate, è stata gravida di significati del tutto pratici e letali. È giusto riaprire un dibattito in tal senso, proprio in coincidenza della morte “dell’oscuro” Osama Bin Laden. Con questo non si vuole pontificare la sua opera, che è stata oggettivamente terrificante. Lascia sbigottiti però che le spoglie di quest’uomo non abbiano conosciuto il riposo della terra. Un dettaglio assolutamente simbolico, certo, ma che potrebbe mettere in discussione il valore di civiltà degli ultimi dieci anni di conflitto “mondiale”.

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