Palazzo di Cemento, tra le paure e la scoperta di un assessore

di Fernando M. Adonia da www.cataniapolitica.it

La città di Catania è tutta nel Palazzo di Cemento a Librino. Col cuore e con la mente. Sopratutto sono i nervi ad essere li: tesi con non mai. Ed è naturale che sia così: le condizioni di vita di oltre venti famiglie catanesi non possono lasciare indifferenti. Anche perché sullo sfondo c’è un’ordinanza di sgombero che rischia di compromettere il futuro di questi nuclei.

Il palazzo di Cemento (nomignolo terribile, ma efficace) è il simbolo più eloquente del fallimento dell’espansione abitativa di Librino. Un casermone di quattordici piani mai ultimato e lasciato preda di chiunque. Dalle famiglie senza case, in un certo senso legittimate a trovare un riparo. Ma anche dalla piccola delinquenza. Per finire poi alla politica, che in vent’anni di crisi, ha visto in quel rudere postmoderno e postumano una riserva di voti, riscattabili con promesse vane.

Le condizioni di vita all’interno del plesso sono un attentato alla dignità umana. L’immondizia è ovunque. La fogna è a cielo aperto. Ascensore assente. Lì dentro vivono delle persone (ricordiamolo). Molto diverse per certi aspetti. Abbiamo segmenti di povertà e imbruttimento disarmanti. Ma anche famiglie che con pazienza e lavoro si sono arredati degli appartamenti graziosi e puliti, come quelli di chiunque altro al mondo. Abbiamo anche casi oggettivamente problematici: una madre che accudisce costantemente un figlio down e un signore agli arresti domiciliari. E ancora: ragazze madri, giovani padri disoccupati e tanti bambini schietti e vivaci.

Il comitato per la sicurezza vuole lo sgombero del palazzo. Scelta doverosa, ma difficile. Gli abitanti protestano. Lo fanno anche in materia eclatante, piazzando le tende davanti al Palazzo degli Elefanti. Ma lo sfratto resta sempre lì sullo sfondo. A fianco degli abusivi c’è Pierpaolo Montalto, giovane avvocato catanese e segretario di Rifondazione Comunista. Ci sono anche i volontari del centro centro “ Iqbal masih ” di Viale Moncada e gli attivisti del ‘Cpo Experia-Le Verginelle’.

Inizia una trattativa serrata col Comune e i Servizi Sociali. Si arriva a un accordo. L’assessore Carlo Pennisi propone un protocollo d’intesa con gli abusivi: il comune si fa carico, per due anni, di metà degli affitti delle famiglie, a patto di lasciare lo stabile immediatamente, e di accettare una soluzione abitativa provvisoria per un massimo di tre mesi. Questo è l’estremo tentativo per evitare l’uso della forza da parte delle forze dell’ordine. É lo stesso assessore a cercare di convincere gli abitanti. Ad uno ad uno. Iniziando un tour de force che per almeno due giorno lo porta a lasciare i suoi uffici per presidiare il Viale Moncada.

E’ una sorpresa, positiva, Pennisi. Non sappiamo come finirà questa storia, ma l’assessore ha dato l’esempio di una maniera efficace per tentare di dirimere le crisi sociali di questa città.

Crederci o no? Queste promesse sono su carta. C’è un impegno anche della prefettura. Certo, la sfiducia e gli interrogativi permangono. Gli abitanti vorrebbero cambiare la propria condizione, ma nel frattempo non vorrebbero perdere la vicinanza con il proprio quartiere. Ma l’interrogativo più importante forse è un altro: c’è la disponibilità finanziaria per coprire puntualmente due anni di affitti? I debiti del Comune sono noti a tutti, come anche le fatture non pagate agli operatori del settore sociale. Un po’ di fiducia va posta. Ma non bisogna perdere di vista l’essenziale

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