La maglia rosa alla gente etnea

di Fernando M. Adonia da www.cataniapolitica.it

Il Giro fa proprie bene. Alla salute dei corridori, ma anche al morale della popolazioni che lo accolgono. Ieri tappa tutta siciliana. Da Messina al Rifugio Sapienza, sull’ Etna, a 1892 slm. Era dal lontano 1989 che gli aspiranti alla maglia rosa non salivano sul vulcano più alto d’Europa. La nostalgia era tanta. Come altrettanta è stata la gioia della gente che si è accalcata sui cordoli delle carreggiate. Un clima di festa generale. C’è poco da dire. Una sensazione contagiosa che ha infettato anche i tanti poco avvezzi alle due ruote.

Il ciclismo in fondo è uno sport duro, durissimo. Che impone un disciplina estenuante: tanta fatica, troppe rinunce e, tranne quei casi leggendari passati alla storia, un lungo cammino in perfetto anonimato. Certo, questo è un mix scoraggiante. Anche se non tutti sanno che proprio Catania è una città con un movimento ciclistico alquanto vivace. Peccato però che intorno alle due ruote, come in altri sport “minori”, manca quel giro di danaro utile a sfornare campioni e alimentare speranze. Ma non pensiamoci ora. Ieri sulle città che vivono ai piedi del vulcano ha spirato un clima romantico, da quadro antico. Acireale, Aci S. Antonio, Mascalucia: tutti teatri occasionali che hanno visto gente intenta a sostenere degli eroi sudanti. E che dire di Pedara, con il Sindaco Antony Barbagallo, in compagnia della famiglia, e con accanto il maresciallo dei Carabinieri, pronto ad accogliere con trepidazione la testa della corsa. Un attimo topico e rapidissimo che, se fosse in vita Giovannino Guareschi, ne sarebbe nato un racconto avvincente.

E che dire delle tante bandiere siciliane all’arrivo. Sicuramente belle a vedersi, anche se un po’ troppo indipendentiste. Ci voleva dunque il 150esimo dall’Unità per riportare queste suggestioni a casa nostra. Ma non può bastare. Quella di ieri è stata un tappa che ha fatto classifica. L’Etna ha tutte le caratteristiche per potere fronteggiare le ben più famose scalate dolomitiche. Unica differenza: quella pietra lavica che dona un paesaggio lunare, quasi da altromondo, che ci fa dimenticare appunto le nostre brutture quotidiane. L’invito è dunque di ripetere quanto prima, e sempre più spesso, questa esperienza assolutamente italiana e popolare. Ce n’è bisogno.

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