Una fiaccola contro il pizzo!

di Fernando M. Adonia da http://www.cataniapolitica.it

“Chiudo. Me ne vado da Catania”. Creano scalpore le dichiarazioni di Maurizio Di Stefano, proprietario del bookshop “Librando” di Via Teramo, vittima il 24 aprile di una intimidazione incendiaria riconducibile al racket delle estorsioni. «Non voglio fare crescere mia figlia in questa città – ha dichiarato il commerciante ai microfoni di Andrea Sessa – dove non posso nemmeno continuare il lavoro che faccio da 25 anni. Sono contento di andarmene».

I danni alla libreria sono stati ingenti. Oltre 60mila euro spesi per riportare l’esercizio in condizioni di normalità. Sin da subito Di Stefano ha deciso di andare avanti, di non mollare. Ma dalla riapertura in poi c’è stato un crollo verticale delle vendite e dei clienti: “probabilmente hanno avuto paura”.

L’affondo dell’imprenditore diviene più drammatico quando denuncia di essere stato lasciato solo dalla città e dalle associazioni antiracket. Uscita che non ha lasciato indifferente Salvo Pogliese, deputato pdl all’Ars: “non comprendo questo sfogo venato da evidente vittimismo, ritengo sbagli clamorosamente a voler andare via da Catania e che sia superficiale e grandemente distante dal vero accusare i catanesi di disinteresse alla sua situazione”. “La città e i catanesi – ha sottolineato il parlamentare regionale- non sono rimasti indifferenti a quello che è successo, ha testimoniarlo è la fiaccolata di sostegno, svoltasi proprio innanzi alla libreria, organizzata da Idee in Azione e dalla Giovane Italia”.

Quanto afferma Pogliese è vero. Come è vero pure che in città, da qualche mese a questa parte si sta respirando un’aria pesante. L’odore è proprio quello soffocante e acre emesso dai tanti incendi che si stanno registrando contro i liberi commercianti. Vedi l’esempio di Librando, Tertulia, ma anche quello del bus turistico della compagnia Scionti. Questo è quanto è avvenuto sotto il profilo “militare”. La faccenda si fa ancora più inquietante se si passa sul piano “simbolico”. Devono far riflettere gli sfregi ai due murales di Addiopizzo, nei pressi Nuovo Ospedale Garibaldi e soprattutto quello che ritrae il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo alla Circonvollazione. Segnali più che allarmanti che sembrano evidenziare uno slancio di orgoglio di Cosa Nostra, una sorta di guerra iconografica che ha tutta la forza di un affonfo controculturale arrogante e forte.

Gesti che fanno più paura delle bombe. Le semplici parole non bastano più. Andrebbero moltiplicati dunque i murales e le fiaccolate. I commercianti non vanno abbandonati al loro destino. La paura c’è, ed è umano che sia così. Come è ancor di più naturale ragionare su di un punto: tra le attività criminali, la richiesta del pizzo è tra la più meschine e vili. L’estorsore in genere non è un “cuor di leone” e neanche un temerario: agisce nell’ombra e campa del lavoro altrui. Ha bisogno del buio. Per questo dunque bisogna illuminare tutte quelle zone d’ombra che separano il legale dall’illegale. Un punto su tutti è far sapere ai commercianti che pagare il pizzo non è un guadagno. Le leggi italiane sostengono al 100% le vittime del racket. Non tutti lo sanno ed è anche su questa ignoranza che la mafia campa e prospera. Accendiamo dunque altre fiaccole., simboliche e non. Il buio incombe è vero. Ma a pensarci bene, esso in realtà non esiste proprio. Il buio infondo è solo assenza di luce. Nulla di più.

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