Il peccato originale di Alfano

di Fernando M. Adonia da http://www.thefrontpage.it

La prima vittoria politica di Alfano arriva proprio dalla sua amata Sicilia. Con il rientro di Ronchi ma soprattutto di Adolfo Urso e Pippo Scalia tra le schiere del Pdl, la classifica personale del neosegretario azzurro prende punti. Il lancio della crociata neo-popolare e la ‘reconquista lealista’ dell’unità moderata iniziano a portare frutti. Che siano limoni, fichi o gelsi poco importa. Il dato saliente è che tale processo riparta proprio dalla regione natale dell’infanteberlusconista.

Impresa non facile, visto che proprio tra i banchi  dell’Assemblea regionale siciliana l’ex gruppo azzurro è imploso spalmandosi su ben quattro fronti: i lealisti, i forzati del Sud capitanati da Gianfranco Miccichè, i futuristi di Carmelo Briguglio e Fabio Granata e i vari  transfughi nel gruppo misto. Nulla di strano, però. È legittimo che all’interno di un grande partito si perdano pezzi per strada, soprattutto se esso nasce dalla fusione di due grosse realtà fortemente radicate nell’elettorato, come Forza Italia e Alleanza nazionale, ma distanti nei contenuti.

Il dato che lascia perplessi è invece un altro. Alfano è oggi il primo segretario politico del Pdl. La sua nomina è stata pacifica, anche troppo. Un tempo i segretari venivano eletti dai congressi. Allora contavano i numeri. Oggi invece le investiture avvengono dall’alto. Una situazione molto simile all’Impero romano. Basti pensare ad Augusto che optò per Tiberio mentre era ancora in vita. Una scelta apprezzata da tutti, soprattutto dal Senato. Tiberio era uomo morigerato e attento agli equilibri di Stato: sobrio e leale alle istituzioni. Augusto, da gran leader che era, si preoccupò che a succedergli fosso un uomo all’altezza della situazione, con un curriculum politico e militare ineccepibile.

Alfano è uomo sobrio, a modo. Nulla da obiettare. Si è speso parecchio per il suo leader e per il partito. La stesura del lodo che porta il suo stesso nome rappresenta un insuccesso istituzionale pesante ma già preventivato. A scriverlo doveva essere un uomo dallo stomaco tanto forte, capace di resistere agli attacchi di opposizione, Quirinale, Corte costituzionale e società civile. Altro requisito: una fede incrollabile. E  lo ha fatto, senza esitazione.

La segreteria nazionale del Pdl è oggi la dolce ricompensa dopo tanti sacrifici. Ma la sua investitura comporta pure una missione ben definita: risollevare le sorti di un partito che anche sotto il profilo politico ed elettorale è entrato palesemente in crisi. Possibile che sia davvero lui il vicario di Silvio in terra? Qui la faccenda s’ingarbuglia. Torniamo in Sicilia.

Nel maggio del 2008 ha lasciato la guida degli azzurri isolani. Un’uscita più che dignitosa: il Pdl è il primo partito della Regione con numeri da capogiro. La compagine berlusconiana è in testa come numero di seggi all’Ars (oggi è il terzo gruppo). Un periodo da luna di miele: ovunque campeggia il nome del premier si vince. Ma il plebiscito del 13 e 14 aprile segna anche la fine di un percorso. Raffaele Lombardo, il leader dell’Mpa, diviene il presidente della Regione siciliana. Le percentuali che lo portano a Palazzo d’Orleans sono così alte che il contributo di voti del blocco autonomista è ininfluente per la vittoria contro la senatrice Anna Finocchiaro.

Un trionfo per gli azzurri ma amaro, amarissimo: un regalo a Raffaele Lombardo che non trova precedenti in politica. Una spina nel fianco che tempo dopo – neanche troppo – si è concretizzato con l’esclusione del Pdl dall’area di governo e l’inclusione invece del Pd capitanato da Lupo e Cracolici. Un vero cavallo di Troia le cui responsabilità dovrebbero ricadere proprio sul gruppo dirigente guidato da Angelino Alfano. Di mea culpa ufficiali però non se ne sono registrati.

È superfluo pensare che se il Pdl avesse candidato un proprio uomo alla guida della Sicilia, esso sarebbe ancora oggi il partito guida della Regione. Tale analisi  è scontata. Se uno più uno è uguale a due, l’equazione è presto fatta. Il neosegretario non può non prenderne atto. Come è pure facile capire che l’aura trionfante che oggi sta aleggiando intorno al Guardasigilli è solo apparente: alla morte (politica) di Berlusconi gli eserciti dei capicorrente azzurri scenderanno in guerra, allora Alfano o dimostrerà con le proprie forze la propria leadership oppure soccomberà davanti alle truppe di qualche socialista o democristiano d’annata.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...