Antimafia e coscienze annacquate

di Fernando M. Adonia da http://www.thefrontpage.it

“La lotta alla mafia deve essere anzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire il fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale e dell’indifferenza”. L’autore di queste parole è Paolo Borsellino. Le pronunciò pochi giorni dopo la mattanza di Capaci, davanti ad un’assemblea gremita di palermitani arrabbiati e ancora storditi per quella bomba esplosa in un sabato pomeriggio.

La strage di via D’Amelio, quasi due mesi dopo, sembrò il momento più basso della vita siciliana. Con la morte di  Borsellino e dei suoi “angeli” sembrava essere “finito tutto” – almeno così la pensava il giudice Antonino Caponnetto. E ancora le bombe del ’93: Firenze, Roma, Milano. La coscienza italiana sembrava essere sprofondata. Ma di lì in poi inizia la risalita: gli arresti eccellenti, Tangentopoli, la fine della Prima repubblica. Una ventata di speranza che avrebbe dovuto trasportare l’Italia chissà in quale lido gioioso.

Oggi però la situazione quel è? Non c’è più speranza, non c’è più attesa. Il sentimento che domina è  l’indignazione, per citare il libello di Hessel. Ma solo per alcuni. Per gli altri, la maggioranza, a dominare è l’indifferenza. Di questo avevano paura i giudici palermitani, che un determinato sistema criminale non facesse più né caldo e né freddo alla popolazione. Ma anzi che le possa tornare addirittura utile. E così è. In Sicilia l’ex presidente della Regione è in carcere per reati connessi alla mafia. L’attuale, Raffaele Lombardo, assieme al fratello Angelo, è indagato per concorso esterno. Numeri alla mano, qualcuno li ha sostenuti e votati. Il Pd oggi governa la Sicilia, affianco all’Mpa, senza passare dalle urne e senza preoccuparsi se alcuni sospetti sul proprio alleato possano essere o no moralmente inquietanti. E pensare che l’ex mondo comunista e sindacale, in nome della legalità, ha pagato un prezzo di sangue altissimo. Ma questo è il passato. Remoto. Anche tra gli antimafiosi ci sono delle crepe, con dispute e scomuniche trasversali. L’acredine e i distingui aumentano se il tema del contendere è  la gestione dei beni confiscati ai “padrini”, come nel caso della “casa dei cento passi” di Gaetano Badalamenti a Cinisi, terra di Peppino Impastato.

Intanto Cosa nostra continua a comandare, forse è vero: con meno vigore rispetto agli anni ’70 e ‘80. Ma con un fattore in più: se prima i boss si accostavano ai politici per ottenerne benefici, oggi sono i mafiosi stessi a studiare per entrare nella stanza dei bottoni. Pensate al caso dell’architetto Giuseppe Liga, responsabile siciliano del Movimento cristiano lavoratori, accusato dai pentiti di essere l’erede di Salvatore Lo Piccolo. Ma anche ai vari Rosario Dio, Vincenzo Basilotta e al geologo Giovanni Barbagallo, coinvolti nell’operazione Iblis della procura di Catania. Sono finiti i tempi mitici e, per certi aspetti, romantici dei Riina e edi Provenzano, quando i mafiosi s’imponevano latitanze durissime tra le montagne. La mentalità è cambiata in peggio, dove ovviamente al peggio non c’è mai fine.

E al nord della Sicilia che succede? Nulla. Da 17 anni il paese è diviso tra pro e contro Berlusconi. Per alcuni è un seduttore e un mafioso, per altri un messia dai tratti un po’ goffi. Un fuoco incrociato estenuante e ripetitivo, davanti al quale sia la magistratura che la politica hanno perso credibilità. Con che risultato poi? Alla Lega tocca oggi l’ingrato compito di decidere sulla “cattività” di un ex magistrato ancora oggi seduto in Parlamento, Alfonso Papa, accusato di reati gravissimi. Anni fa, quando il movimento di Bossi era agli albori, i leghisti ne avrebbero chiesto la testa senza esitazione. Oggi non si sa che fare: “giusto magari mandarlo in carcere, ma se iniziamo con lui  dopo sarà il turno  di Marco Milanese, il braccio destro di Tremonti… e lì sono guai”. Un dubbio amletico in salsa padana. Che però ha l’aggravante di destabilizzare ulteriormente l’ormai precaria coscienza nazionale. Ma anche l’entusiasmo dei militanti ed elettori verdi e azzurri.

Pensate davvero che in tutto questo sbigottimento non ci siano buoni e cattivi maestri, togati o professoroni, che non dovrebbero spargersi la testa di cenere? Dovrebbero, dovrebbero. Guai però ad accusarli o a pensare che l’ordine giudiziario non avrebbe bisogno anch’esso di un po’ di ritocco. Di caste in Italia ce ne stanno tante. Alcune categorie è giusto che siano garantite, non per bon ton, ma affinché possano portare a compimento la propria missione. Me c’è un limite ragionevole ai privilegi. Proprio lì, alla fine. Come insegna il sacrificio di Falcone e Borsellino, davanti all’adempimento perfetto della propria dignità e del proprio ruolo, l’unico criterio è proprio la morte. E lì non c’è garanzia che tiene: si va via sempre in solitudine.

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