Cattolici, restiamo divisi

di Fernando M. Adonia da http://www.thefrontpage.it

Oddio no! Guai a parlare di  rifondare il partito dei cattolici in Italia. L’epoca democristiana è finita. Da tempo anche. E non ce n’è affatto nostalgia tra la gente. Se ne facciano una ragione i tanti scudocrociati ancora in vita. Se ne faccia una ragione Angelino Alfano, attuale vicario della diocesi di Arcore. Del partito confessionale non c’è affatto bisogno. Semmai c’è bisogno di più cattolici in politica. Ci vorrebbe un’iniezione di solidarietà, buonsenso e soprattuttto responsabilità, individuale e politica.

In altre parole ci vorrebbero Uomini, di quelli con la “U” maiuscola. Non è del tutto necessario che siano credenti. Anche se un pizzico di fede non guasta, anzi può essere una garanzia: chi crede sinceramente che sulla croce siano falliti tutti i buoni propositi del potere umano, non può lasciarsi tentare dalle lusinghe di una prassi autoreferenziale e illimitata. Questa è la chiave di volta che può offrire il buon cristiano alla politica, un fare intriso di moderazione e scrupolo, virtù tanto utili nella verifica se la propria azione è finalizzata ad un bene comune anziché a degli interessi particolarissimi. Tutto ciò a poco a che vedere col moderatismo, abilità melliflua di restare a galla. L’impegno cristiano deve essere radicale: deve scandalizzare, deve intimorire, deve lacerare le coscienze intorpidite.

Cristiano non è sinonimo di democristiano. Come non lo è neanche ‘democratico’. Il che non vuol dire fare un inchino ai moniti tradizionali di Santa Romana Chiesa che volevano che il sistema di riferimento fosse quello monarchico, anzi quello monocratico. Da Eusebio di Cesare al Vaticano II, passando per san Tommaso d’Aquino e Dionigi l’Aeropagita, la mentalità cristiana è stata pervasa da una analogia implacabile: un Dio in cielo, un Re in terra. Peccato però che in verità il Dio cristiano non si è rivelato semplicemente come Uno, ma anche come trino; e che non esistono sistemi politici trinitari in terra. Ed è naturale che sia così: se le distinzione illuminista del potere è fondata, a quale sua faccia corrisponde lo Spirito Santo, al giudiziario, all’esecutivo o al legislativo? Non c’è risposta e, francamente, non è neanche poi così tanto salutare indagarla: la ricerca teologico-politica riserva tante – e tante – imboscate, teoretiche e non.

Non è però solo una questione di architettura istituzionale. La dottrina di Gesù di Nazareth non è affatto politica. Lui stesso, durante la sua predicazione, lo spiegò con forza, sia a Giuda che a Pilato.

In un passaggio del celebre film di Zeffirelli, dove viene ricostruito con pregio un dialogo che non ebbe mai luogo tra Gesù e Barabba, il regista mette in bocca al Nazareno parole spiazzanti: “Non sono venuto per combattere contro i Romani; sono venuto per farmi carico del peccato del mondo”. Nessun fine rivoluzionario, dunque. Per Paolo la questione diviene ancora più netta: “Sottomettetevi all’autorità, essa proviene da Dio” (cf. Rm, 13)”. Questa è una delle pagine più difficili e commentate del Nuovo Testamento, ma una cosa è chiara: Paolo invita a essere indifferenti alla politica, forse perché era persuaso che il mondo stesse per finire. Questa è ovviamente una linea interpretativa, ma non l’unica. La questione però è anche un’altra, per rispolverare Romano Guardini: il potere politico, come ogni potere, non è mai “neutro”. E l’avere a che fare con esso, in un modo o nell’altro implica mani sporche e peccaminose.

Ora possiamo tornare in Italia, nell’hic e nel nunc. L’epoca della Democrazia cristiana è finita nel modo meno glorioso possibile: un partito di corrotti. De Gasperi lo sapeva benissimo: una volta uscito di scena lui, ed una volta che il suo grande movimento – perché nei primi anni lo Scudocrociato era liquido e d’opinione – sarebbe diventato un partito-Stato, la Dc sarebbe divenuta una “spelonca di briganti”, per dirla con Agostino. E così fu. Ma la fine del partito di piazza del Gesù fa seguito ad un altro dato, più squisitamente politico: la fine della Prima repubblica. Dunque: la fine del Centro. E già, quella grande anomalia italiana che sia chiamava così per non dirsi destra, ma che nei fatti lo era, senza essere però fascista. Ma  il collasso Dc è il risultato anche del crollo comunista e delle ragioni di un partito reazionario di massa. La fine di un epoca, senza se e senza ma. Parlare di un ritorno a dei fasti passati è una schizofrenia pari alla bestemmia.

Certo i cattolici esistono, ma quale deve essere  la loro casa politica? Nessuna. O forse tutte. La pensava così Camillo Ruini che ha voluto cellule cattoliche all’interno di tutti i partiti dell’attuale arco parlamentare. E ci ha visto bene, almeno sotto il profilo strategico. Ma anche culturale. Come tutti i fenomeni, anche il mondo cattolico italiano ha i suoi rivoli che tirano sia a destra che a sinistra. E tenerli assieme è dura. Davvero. Non è un caso che Gesù pregasse nel Getsemani “ut unum sint”, affinchè siano una cosa sola. E’ anche vero che è sempre stato più facile per un cattodem andare a braccetto con un trotzkista piuttosto che con un lefevbriano; e di rimando: è più facile per un tradizionalista leggere Evola che il cardinal Martini. Tutti sparsi. È meglio.

Ma l’andare sparsi è anche il modo per influenzare simultaneamente le segreterie dei partiti su delle questioni di alto interesse cattolico. Stando sempre al dato strategico, ma anche missionario. È inevitabile che se i cristiani e i cattolici si fanno corporazione, diventano una monade potente, incapace di aperture sia politiche che umane. Il che non rientra nelle intenzione del fondatore del Cristianesimo.

Alfano crede nel ritorno della Dc. Ma ciò è davvero coerente con lo spirito del predellino, con le intuizioni di Berlusconi? Certamente no. Il Pdl nasce dalla fusione di Forza Italia e An. Un partito liberale e uno identitario. Entrambi con strizzate d’occhio al mondo cattolico, ma non partiti cattolici nel senso stretto. E neanche moderati o centristi. Oggi è importante capire che direzione vuole avere la nuova cosa azzurra. Il Pdl, anche se ha fallito, così come il Pd, nasceva a vocazione plurale, da contenitore post-ideologico e a-dogmatico. L’operazione nostalgia, se esclude le componenti a destra rischia di essere monca. Lo stesso vale se si pensasse di neutralizzare la componente liberale. Ciò risulterebbe un errore. Anche perché, se è pacifico che in Italia i liberali siano una conventicola e la parola in sé sembra difficilmente declinabile, le componenti europee del Ppe hanno già fatto una svolta liberale e conservatrice.

Sul versante sinistro è pure vero che il Pd, perdendo la componente cattolica, sancirebbe la sua insensatezza. Di esso non resterebbe altro che l’ex Pci ma con un nome artefatto. Stia attento dunque Alfano, la sua apertura verso il futuro rischia di essere un clamoroso passo indietro verso stagioni passate della storia repubblicana. Il rischio non è di tornare allo scontro, anche romantico, tra i tanti Peppone e Don Camillo. Ma alle stagioni  italiane in cui a comandare erano blocchi ampi e oligarchici, segnati dall’autoreferenzialità politica. E l’Italia piangeva.

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