London’s burning

di Fernando Massimo Adonia da http://www.thefrontpage.it

Una rivolta è una rivolta. Punto. Troppe analisi ne sbiadiscono il valore. Annacquano quella terribile bellezza che si accompagna col suo esplodere. Si, perché una rivolta è bella. Sia nel bene che nel male. Tiene incollati agli schermi televisivi, ai desktop dei pc e alle foto sui giornali. I moti rivoltosi sono contagiosi e rischiano di accendere una città dopo l’altra. Chi governa lo sa. Il boato dei moti di piazza è come il miele, attira: anche se non c’è alcuna dolcezza. Fa smuovere il sangue: coinvolge o respinge, ma non lascia indifferenti. Lo spirito di rivolta è fortemente polarizzante e stuzzicante. A volte anche benefico, come una terapia d’urto.

Con questo però non si vuole pontificare la violenza devastatrice dei rioters. Si vuole semplicemente porre al centro un fatto, perché di questo si tratta: di un fatto sociale. Che trova le sue ragioni in altri fatti sociali. E la sua risoluzione indolore riposa in risposte della stessa e identica matrice. Intanto però, come ogni rivolta che si rispetti, quella di Londra verrà sedata con una buona dose di sana e robusta repressione. E già, sarà proprio così. Gian Maria Volontè in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto lo diceva con un paradosso sfrontato: “Repressione è libertà”. Per la socialità e le sue ricette ci sarà tempo dopo.

C’è un nesso tra l’estate britannica e l’indignazione spagnola? Escludiamolo. Protesta troppo pacifica, ragionata e anche con qualche contenuto di cui a Londra non si trova la benché minima traccia. E con la Grecia? Neanche. La penisola ellenica è un mix di default economico e di gente con un’altissima vocazione al disordine di piazza: una polveriera più che evidente. E con la primavera araba? Difficile provarlo. Infondo i popoli nordafricani hanno imitato (scusando il termine) quello che già gli occidentali hanno fatto tempo addietro. Una sorta di ’68 declinato però in arabo coranico, con una buone carica di nichilismo in meno e molte necessità oggettive in più. Assimilare i due fenomeni è un po’ forzato. Sia per le dimensioni ed effetti, che per l’orgoglio. Sì, proprio quel sentimento che anima da sempre lo spirito della working class fedele alla Regina. Proud. Gli inglesi importano mode, non le subiscono. Si stia attenti a non offendere nessuno. Così si liquida l’accostamento con le banlieues parigine. Vero è pure che uno strano “spettro” si aggira nel globo.

Fattore di moda, dunque.  S’introduce così un fattore nuovo. L’estate precede sempre l’autunno. In Italia la stagione delle castagne e del vino si annuncia sempre  calda. Ma d’incendi veri e propri, nonostante le tante foglie secche, negli ultimi trent’anni ne sono esplosi pochi. Magari qualche tafferuglio tra studenti e polizia. Si pensi agli scontri sotto al Senato della scorsa stagione, ma anche alle scaramucce di ritorno tra opposti estremismi a Piazza Navona di due autunni fa. Londra può esercitare forse un effetto tendenza in più. Ma declinato ovviamente in salsa italiana. Qui la fanno da padroni il buon gusto e la raffinatezza del buon vestiario. E d’ingredienti e inventiva non ne mancano. A Londra può esplodere una protesta de-ideologizzata, perché di questo si tratta. In Italia no. Tutto passa da parole d’ordine, da incasellamenti di stampo intellettuale. Da maestri belli, brutti e cattivi. La dispensa dei Leitmotiv è già piena: il mantra dei tagli, un po’ di antiberlusconismo, la casta, l’indignazione, la gioventù al potere, gli operai che non operano e la disoccupazione che avanza.

E poi c’è la crisi contro cui scagliarsi. Non si sa a chi sia da attribuire, ma c’è. Non si è ancora capito se i mercati sono ontologicamente buoni o algidi affamatori legalizzati, fatto sta che sono loro a dettare l’agenda ai governi. Senza essere passati dalle urne però. Se non fossimo in democrazia potremmo non farci caso, ma invece è così. E francamente  la gente comincia ad accorgersene, non sfogliando la cronaca politica o tra gli articoli di Costituzioni disattese, ma cercando di ottenere un mutuo o pagando dei premi assicurativi sempre in rialzo o davanti alla liturgia quotidiana della pompa di benzina dall’aumento in picchiata.

Il fatto è che c’è gente in tutta Europa che ha le “palle rotte” – per citare l’opera futurista  di Graziano Cecchini. In Italia, vedendo le molotov qualcuno ghigna. Bottiglie incendiarie che portano allegria come lo champagne d’annata. Qualche vecchio marxista gioisce, gustando vino e sognando conflitti. Qualcun altro, un po’ meno sognatore, vede nei rioters un modo per spodestare Berlusconi dal trono, senza badare più di tanto ai nessi o alla legittimità delle conclusioni. Glissando anche che, stando gli addendi di sistema, anche un governo di centrosinistra-con-la sinistra-al-centro, a conti fatti sarebbe un buon bersaglio per i sassi della rabbia della gente comune. Se lo metta in testa Flores D’Arcais, che vede il popolo britannico in rivolta ma non riesce a capacitarsi che non vi siano maitres. Evidenti residui di stampo leninista, sorretti dalla pretese che dovrebbe essere la “sinistra libertaria” a farsi carico di questo compito ingrato.

Ma dove sta scritto che i popoli obbligatoriamente devono guardare a sinistra? Semmai  dovrebbe essere il contrario: la sinistra dovrebbe avere una vocazione esclusiva verso gli ultimi. Ma i popoli esistono di per sé e senza etichettature specifiche. Capirlo significherebbe riallacciarsi al linguaggio di quello stesso popolo che si vorrebbe rappresentare. Intanto però le ideologie sono morte e bisogna farsi carico delle conseguenze di questa verità.

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