I ricchi non pagano e le tasse sono troppo alte

di Fernando M. Adonia  da http://www.thefrontpage.it

I monaci rifiutano i doni degli usurai

Di economia è giusto che parlino gli economisti. Almeno così ha voluto la spirale specialistica propria del pensare scientifico moderno. Ma di soldi, di quelli veri, è giusto che parli la gente comune. Sì, quel grande popolo fatto da lavoratori e disoccupati, evasori e disperati. Insomma tutti coloro che in un modo o nell’altro devono sbattere il grugno con le tasse e l’Agenzia delle entrate. Da queste maglie infatti non sfugge nessuno. Appena nati, prima ancora di essere battezzati o di avere assegnato il medico curante, abbiamo un codice fiscale. Siamo prima contribuenti, e poi, se siamo abbastanza fortunati, persone.

Un tempo, tanto tempo fa, a decidere delle tasse erano i Re o i governi legittimi. La politica era l’unica titolare delle decisioni, anche sul versante economico. Oggi tutto si è complicato, l’agenda politico-finanziaria delle nazioni è dettata direttamente dai mercati, i cui numeri e logiche sono incomprensibili ai più. Le vicende estive sono state chiare: ai mercati non è piaciuta la manovra del governo, quindi sono crollati titoli di Stato e borse, imponendo dunque a Berlusconi e Tremonti di scrivere la più grossa legge finanziaria dal primo gabinetto Amato in poi.

Tutto ciò però non è un eccezione tricolore, ma la conseguenza del dettame che si è imposto sullo scacchiere mondiale dalla seconda metà del XX secolo in poi, secondo cui la sovranità politica è di ostacolo alla libera autocoscienza del mercato e delle sue leggi. Un cambio di regime apparentemente indolore. Anche perché avvenuto con una gradualità lenta ma inesorabile. Una cosa però oggi deve essere a tutti chiara: se prima i piani di sfruttamento dei “lupi sugli agnelli” –che sempre sono stati e sempre esisteranno – erano limitati entro confini ristretti, dalle fabbriche alle nazioni, attualmente godono di una estensione indeterminata e globale. L’élite di banchieri e finanzieri si è fatta sempre più forte, autoreferenziale e coesa, imponendo forme di controllo e subordinazione del resto dell’umanità sempre più sistematiche e stringenti. Una signoria di stampo dinastico acquisita pian piano attraverso l’usurante ticchettare delle lancette degli orologi e la complicità – per dirla col poeta Ezra Pound – di politici “camerieri”.

Questo ragionando in grande. Ma torniamo alle nostre tasche. Tasse, questa è l’unica certezza che abbiamo sulla nostra liquidità rispetto ad ogni crisi finanziaria. Come lo è pure quella che anche in questo caso a pagarne il fardello sarà sempre il ceto medio. È vero, c’è pessimismo sull’esito del piano varato dal governo dopo il passaggio alle Camere. Sulla patrimoniale – si sa – c’è il veto ferreo di Berlusconi, sulla Robin Hood Tax ci sono le resistenze dei colossi energetici, sulla Tobin quelle degli speculatori di ogni fede. Sulle pensioni la Lega difficilmente la spunterà. Mentre con molta probabilità si deciderà l’innalzamento dell’Iva, aumentando così le spese delle famiglie e l’inflazione. Ecco come verrà reso inoffensivo quell’unico barlume di buonsenso dato dal contributo di solidarietà una volta che sarà vagliato dal bisturi parlamentare.

Nessuno tocchi i ricchi! Questo è il mantra che si sente ripetere dalle fila del Pdl. Peccato che non si sentano di rimando voci forti e autorevoli in favore dei ceti meno fortunati. È questo il guaio. Negli anni i sindacati e la sinistra ce l’hanno messa tutta per perdere di credibilità e incisività. Ahinoi, non c’è nessuno in Parlamento pronto a dire con chiarezza: in tempo di crisi a dare di più deve essere chi più ha. Un principio più che ragionevole e sensato, liquidato oggi quanto la peggiore delle eresie. Su questo, in barba ai “civilizzatori”, i paesi islamici sono più saggi della piccola Italia postcristiana: decima ai poveri e banche a zero usura. Insomma, piccoli contributi per trascinare un po’ di più il paradiso in terra.

La speranza (seppur debole) è che durante l’esame parlamentare prevalga il principio di giustizia ed equità. A pagare devono essere tutti, soprattutto chi più ha, rispettando la proporzionalità e iniziando da chi finora ha goduto di privilegi e scudi. L’evasione fiscale va combattuta, è chiaro. Non si può essere tolleranti. Ma non si può neanche non tenere in considerazione che la pressione fiscale italiana è una delle più alte in Occidente. I provvedimenti di polizia finanziaria, se posti come unico rimedio, rischiano di essere soltanto un palliativo mortificante per l’intero Paese.

Come lo può diventare anche la proposta di obbligo al pagamento via bancomat anche per le operazioni superiori a 100 euro: l’ennesimo dispositivo per estendere il tasso d’intrusione delle banche nel vissuto quotidiano degli italiani. E’ doveroso quindi portare il Paese al pareggio di bilancio. Le forze politiche dovrebbero essere coese nel raggiungere questo obiettivo. Ma senza un alleggerimento del sistema fiscale, l’idea che uno Stato possa esigere senza restituire indietro servizi efficienti, sarebbe assolutamente disumana.

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