Hollywood punta su Mosé, modello scacciacrisi

di Fernando M. Adonia da http://www.fareitalimag.it

Due “Mosè” pronti a salpare da Hollywood. Ma anche un kolossal su Giuda Maccabeo con regia di Mel Gibson. Gli studios si affidano alle faccende eroiche di due dei più importanti interpreti della storia politica e religiosa del monoteismo mondiale. Lo fanno in un momento in cui la parola “crisi” assume varie sfaccettature. In primo luogo è economica. L’industria cinematografica, in questi anni di “vacche magre”, infatti non ha lavorato a pieno ritmo come prima. Per questo la Fox e la WarnerBros hanno deciso di puntare su personaggi mutuati dal mondo del sacro, in un qualche modo archetipici per l’intero immaginario umano. Così la Fox sta puntando su una rilettura in stile 300 della figura di Mosè; mentre la Warner si sta affidando a Steven Spielberg per un vero e proprio kolossal dal titolo Gods and Kings. Insomma, si vola alto: si punta sul mito e sulla leggenda. Si va sul sicuro, almeno sotto il profilo degli incassi.

Ed è proprio sul concetto stesso di sicurezza che si gioca la vera sfida degli studios. In un tempo di crisi, che è anche antropologica, si punta inevitabilmente sull’uomo, sul carisma, sulla sfida. Mosè – sulla cui esistenza gli studiosi oggi avanzano poche riserve – fu in primo luogo un leader politico, un diplomatico intransigente e un legislatore implacabile. Ma anche un marito e un lavoratore. Si può dire un modello senza se e senza ma. Un esempio più che mai utile per l’occidentale di oggi, che sembra aver perso la dimensione della propria virilità (non machismo). Messa in crisi da una competizione sfrenata con la donna a cui – da Eva in poi – non era stato di certo abituato e dal quale sta uscendo con le ossa rotte. Ma anche dalla grande “crisi”, dove alcuni standard di successo collaudati grazie ai sacrifici delle generazioni precedenti e promessi a quelle attuali, si sono sgretolati creando smarrimento. L’intuizione degli studios è appunto questa: proporre Mosè come pungolo per la ripresa. La vicenda dell’uomo che da nipote del faraone si fa schiavo, ultimo, e poi leader, non può che entusiasmare.

Ma dietro Mosè c’è anche un risvolto collettivo. C’è l’esempio del popolo ebraico, che mosso da una promessa di libertà e stabilità accetta una lunghissima marcia nel deserto. La storia la sappiamo tutti. Fu un percorso sofferto, segnato anche dai ripensamenti del “vitello d’oro”, ma anche dalla manna dal cielo. La crisi attuale impone l’assunzione di una responsabilità generazionale, la necessità di smobilitare alcuni egoismi di settore, sia a livello nazionale che globale. Insomma: di stringere la cinghia. La stagione di un certo modo d’intendere la speculazione finanziaria, legata all’ottimismo di una prospettiva d’arricchimento indefinita, ma anche di un indebitamento irresponsabile, si è rivelata fragile. Oggi si chiede rigore, ma anche coraggio. La promessa di un mercato che possa dare risposte alle aspirazioni di tutti non è svanita. Siamo nel deserto ora: l’Egitto, con la sua sicurezza di schiavitù, è alle spalle, ma il percorso non è finito. Chissà se non verrà proprio da Hollywood quello stimolo giusto per ripartire.

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