La religione è un pretesto per mortificare il corpo?

di Fernando M. Adonia da http://www.fareitaliamag.it
 

Non solo i capelli, ma anche il viso e addirittura gli occhi. La donna deve velare tutto di sé . In Arabia Saudita è così. A imporlo è la Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. In altri termini, la polizia religiosa che vigila sul rispetto e l’applicazione delle norme della Sharia, la legge coranica. Per chi vìola tale editto, la pena andrebbe dal semplice ammonimento formale fino a dieci frustate pubbliche.

A rischiare sono sopratutto quelle donne dallo sguardo “seducente”. La pietra dello scandalo che ha  mosso il legislatore è infatti stato un episodio controverso accaduto ad Hail, a nord della penisola saudita. Mentre una donna passeggiava col marito, un poliziotto, rimasto turbato dallo sguardo “ammaliante” della giovane signora, le avrebbe intimato di velare gli occhi. Il consorte non ha gradito tale ingerenza. Ne è nata una rissa, la cui notizia ha fatto esplodere polemiche in tutto il mondo arabo. Da qui i vertici della polizia religiosa hanno promulgato una norma ritagliata opposta sull’episodio, che ha dato libero mandato agli agenti di imporre a qualsiasi donna la totale censura corporale.

È sul velo che ormai si marca la differenza tra la parte araba del globo e quella occidentale. Veli, foulard, burqa, chador, non sono più semplici simboli religiosi, ma veri e propri vessilli identitari, su cui si gioca la partita del rispetto della libertà della donna e della violazione dei diritti umani. Il Corano, nella XXIV sura, quella dell’An-Nûr (la luce), dà alcune indicazioni: «Di’ alle credenti di abbassare lo sguardo e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto e non mostrarli ad altri che ai loro mariti». Il testo non è perentorio. Non a caso nell’Islam esistono linee interpretative differenti. Se da una lato, infatti, i wahabiti dell’Arabia Sauditi e i talebani sono più che letterali; il grande imam dell’università egiziana Al Azhar, Mohammed Said Tantawi, ha  dall’altra lanciato una crociata contro il niqab, il velo integrale che lascia scoperti gli occhi, dichiarando solennemente che è “contro” il Corano.

Anche il cattolicesimo conosceva fino a non molto tempo addietro il velo femminile per coprire i capelli,  solo però durante le azioni liturgiche. Ma il problema in questione non è  religioso, campo ove non vogliamo entrare. Il punto da centrare è la dignità umana. Questa dottrina è arrivata in Occidente grazie al cristianesimo e all’idea biblica dell’uomo a imago Dei. Sulla scorta di questa è lecito chiedersi, se Dio ha creato liberamente l’uomo e la donna per sé, perché dovrebbe al contempo imporgli di mortificare parte della sua medesima opera, sopratutto se nel volto e in particolare negli occhi, essi prendono atto della propria individualità e relazione con Dio stesso? Questo è un interrogativo socialmente ineludibile. É dunque evidente che tra religione, politica e uomo o vi è un concerto in favore dello sviluppo integrale delle possibilità umane o si gioca una partita al massacro. I saggi ragionino su questo.

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