Paolo Borsellino, eroe nazionale

di Fernando M. Adonia da http://fascinazione.blogspot.com/ (il blog di Ugo Maria Tassinari)

Questo articolo è vecchio di due anni. Tratta del rapporto simbiotico tra la destra giovanile siciliana e Paolo Borsellino. Questo è certamente un periodo incerto. La mancanza di senso e fondamento è palese. Ricordarci degli eroi, quelli veri, può sicuramente aiutarci a uscire indenni dal pantano attuale. Buon lettura dunque.

La destra vive di eroi. Sopratutto quella più radicale e nera. Questo è un tratto antropologico inconfondibile. Un tempo si sarebbe parlato più facilmente di “esempi”. Anni in cui «l’essere esempio» era un imperativo categorico dalle tinte crepuscolari. Ma oggi è più rapido dire eroi. Complice Marcello Dell’Utri, autore di un pasticciato e perseverante «Mangano eroe». Esternazione che ha fatto saltare sulla sedia la giovane destra siciliana, realtà che negli ultimi anni ha saputo saldare senza ambiguità la parola eroe al volto e al martirio di Paolo Borsellino, il giudice palermitano strappato alla vita nel ’92 a neanche due mesi dall’attentato che ha ucciso l’amico e collega Giovanni Falcone.

Quella era un’epoca di sangue, rabbia e smarrimento. Per non sprofondare i ragazzi del Fuan e del Fronte della Gioventù si aggrapparono disperatamente all’icona di quei due servitori dello stato uccisi. I muri di Sicilia furono inondati da un manifesto semplice e diretto: una foto di Falcone e Borsellino sorridenti sormontata dalla scritta «ideali in cui credere, esempi da seguire». Per molti ragazzi quel prodotto di tipografia divenne un poster affisso alle pareti della propria cameretta. Un faro, uno stimolo, un mantra. Ma in quella tipica esperienza da teenager c’era poco di adolescenziale. Un’inquietudine vibrante guidava gli occhi di quei giovani. Fuori da quelle stanze c’erano dei soldati armati: “i vespri siciliani”. Una situazione surreale. Tutto questo mentre in quegli stessi anni da Siracusa, un giovanissimo Fabio Granata sensibilizzava i siciliani sulla lotta del popolo irlandese per la libertà, diffondendo le immagini di una Belfast presidiata dalle truppe di “Sua Maestà”. Stessa soluzione che il governo romano sooto assedio adottò per la Sicilia. A pensarci dopo 18 anni un brivido attraversa la schiena. Nel «granaio d’Italia» si viveva un clima da guerra. Un’atmosfera degna di Kabul e Gaza. Questa è l’eredità di quei giorni.

Oggi la memoria di quei morti continua ininterrotta. Ma non è un mero sforzo mnestico. C’è qualcosa di attuale e urgente: la mafia in Sicilia non è mai stata sconfitta, nonostante i duri corpi inferti, e la mentalità entro cui i “picciotti” nuotano continua a essere intorbidita da una sostrato di pigrizia. Per questo il ricordo di Borsellino è sempre più ineludibile, un santo civile a cui appellarsi, alla stessa stregua di Agata, Lucia e Rosalia. Un’ àncora in una terra che sprofonda nei propri drammi e nelle proprie contraddizioni. Dove appellarsi alle forze di un santo è il modo migliore per darsi coraggio e dirsi “se lui ce l’ha fatta, ce la posso fare anch’io”. Ma a fare che? A rimanere persone dignitose, veri uomini, nonostante l’afa soffocante del potere mafioso. È in quella morte da martire che riposa la forza di Borsellino, il suo bagaglio ideale, il suo vissuto. Una morte per certi versi ancor più tragica rispetto a quella di Falcone, accettata con mitezza e determinazione dopo aver visto i brandelli di carne dei propri colleghi sparsi a Capaci.

Di questa mistica funerea la destra ne è imperniata fin nelle midolla. Basti leggere il testo postumo di Giano Accame, La morte dei Fascisti. Lì viene spiegato con melanconica dolcezza il testamento ideale del fascismo, documento scritto con gli ultimi istanti dei fascisti stessi: con le loro parole, con il loro passo, con la loro dignità. Ebbene, Paolo Borsellino era fascista. Simpatizzava per l’Msi quando ancora la ricetta postfascista di An non era stata  sperimentata. Nel documentario “Paolo Borsellino: una vita da eroe” di Lucio Miceli e Roberta Di Casimirro, nato da un’idea di Mauro La Mantia e Francesco Ciulla, la militanza giovanile a destra del giudice è raccontata con tratti inediti e inoppugnabili. Ma anche la formazione culturale e i valori guida della sua vicenda umana e professionale. Il ritratto che ne esce non può non inorgoglire quei giovani attivi nella globosfera destra della politica isolana.

Questo legame con Borsellino nasce innanzi tutto da questa continuità politica mai rinnegata. Basti ricordare la partecipazione del giudice alla festa nazionale del Fdg a Siracusa nel 1990. In un certo senso gli eredi del Fdg si sentono ancora in debito per quella visita tanto gradita. Ecco perchè l’onere della fiaccolata annuale in via D’Amelio. Ma i giovani di destra non lo amano solo per questo. La sua vicenda copre una buco nell’immaginario della generazione attuale: lui è l’eroe normale, colui che ha combattuto la sua guerra nel mondo attuale, tra scartoffie e appunti. L’eroe che per saperlo morto non bisogna andare in Bolivia o in Romania. In un mondo borghese e imborghesito, lui è un esempio di ribellione nobile e cristallina. L’interprete di una battaglia vissuta oltre gli scricchiolanti steccati delle ideologie. Quelle stesse illusioni che sono state sconfitte dal XX secolo. Un eroe non preconfezionato.

Il primato di Borsellino nell’immaginario dei giovani attivisti della destra è forse più solido oggi che diciotto anni fa. Il Fdg non esiste più. L’Msi e An neppure. Oggi esiste un Pdl balbettante sulla questione morale, con gli ex-leader di Via della Scrofa che concorrono a tirarsi la coperta della giustizia e della legalità. Gianfranco Fini in testa, con una presenza sospetta alla fiaccolata di quest’anno, letta dagli analisti come l’ennesimo contrappunto anti-Cav. Ma esiste anche una galassia non-conforme a destra, che raccoglie le esperienze di CasaPound e dello Spazio Libero Cervantes di Catania, che è aliena a questi posizionamenti di partito, ma che guarda a Borsellino con rispetto, onore e speranza.

Da queste realtà, che per questione di età non hanno conosciuto vivo Paolo Borsellino, arrivano quelle sollecitazioni positive per superare annose divisioni e artificiosi distinguo propri dell’area radicale, in favore di un simbolo, di un uomo. Da lì arrivano anche quegli impulsi che vogliono un’azione concretamente antimafiosa non ferma alla sterile e isterica denuncia -cosa di cui vengono spesso accusati i “no-mafia” di sinistra- ma con i piedi ben saldi in un attivismo sociale che nei fatti è intrinsecamente agli antipodi alle logiche dalla criminalità organizzata. Senza essere per forza eroi, s’intende. Anche sforzandosi, è impossibile disegnarsi in tal maniera. E questi ragazzi ebbri di realismo e vitalità lo sanno benissimo.

La rinnovata attenzione della destra, soprattutto radicale, verso Borsellino è segno che culturalmente qualcosa si sta muovendo anche da quelle parti, verso dei paradigmi di maturità politica non ancora definiti. Una destra radicale che si auto-interpreta come nuova, post-ideologia e civile. Insomma una destra che, unico caso nel panorama politico isolano, ha saputo difendere senza tentennamenti la memoria del “compagno” Peppino Impastato, mentre la sinistra arrancava e la Lega consumava i suoi pasticciati attacchi alla memoria dei morti dalle valli del Nord. Questa è la risultante pratica del ragionare per sintesi. Un pensare proteso verso il principio adamantino che gli eroi di una causa comune sono eroi e basta. Se oggi si pensa così, è anche grazie a Borsellino. Ogni realtà è i santi che si sceglie.

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