Alessandro. La tragedia del becchino arido. Un racconto.

 

foto Giordano Pennisi
foto Giordano Pennisi

Vi è un solo calcolo inesorabile che riesce a darci una degna misura della precarietà del mondo: tanti uomini vengono al mondo e tanti da esso se ne vanno via. Numero equo ed incommensurabile la cui implacabilità non è stata messa in ridicolo neanche dall’eccezionale risurrezione del Cristo. Quindi, tutti dobbiamo morire. Ma tra il nascere e il perire tanto ci sta in mezzo: una miriade di sentimenti, tanta pioggia e un medesimo sole: la vita. Ma non si vive senza sostegno. Sostegno che diviene sempre più dignitoso se lo chiamiamo lavoro. E lavoro sempre più redditizio se ci offre garanzie inesauribili.

Lavorare con la morte è sicuramente un’assicurazione sulla vita, un vitalizio. Ironia della sorte. I becchini sono molto più ricchi di tante altre persone che da loro si fanno seppellire. Ricchezza che si esaurisce nel momento in cui non c’è più vita per seppellire i morti: La morte è la notte del becchino.

Per quanto il mestiere del becchino a tratti può apparire ancora più desolante del mestiere del boia: anch’esso ha l’obbligo di darsi una veste professionale. E nel suo camuffarsi finisce facilmente con l’avere delle pretese imprenditoriali.

Alessandro si pone nell’ultimo gradino della scala evolutiva del becchino: vuole essere imprenditore, vuole il guadagno. Per lui vendere bare, organizzare funerali, arredare camere ardenti è un’esperienza commerciale come tante altre. Sarebbe bravissimo anche in altri settori, o magari proprio da altri settori proviene. Non ci stupirebbe se in passato avesse gestito un albergo, o magari avesse lavorato in radio o in Tv. O, perché no, se avesse “fatto politica”. Lui è professionale. Sa porgersi, sa sorridere al momento giusto, sa scherzare e sa essere serio. Mette a suo agio, sa parlare a chiunque, e soprattutto riesce a concordare prezzi che convengono sia a lui che ai i suoi clienti.

Quando entra in una casa dove vi è da servire un morto, il suo modo di fare è rassicurante. Trionfa sopra ogni disperazione familiare. Ha uno staff che si occupa del lavoro sporco, dove lui non mette mani – per questioni di etichetta, ovviamente- che lo ascolta con timoroso rispetto. Ed è anche interessante osservarlo: durante i funerali, fuori dalle chiese che parla al telefono con la compagna o con altri futuribili clienti. Il tema delle conversazioni è quasi sempre lo stesso: “Stasera ti porto in un locale nuovo; già siamo in lista, non ti preoccupare”. Un bel tipo, certo.

Ma Alessandro ha un limite, un grosso limite: la freddezza della sua professionalità lo rende insensibile alle dinamiche della morte e del dolore. I rigidi protocolli del suo mestiere, per certi aspetti, lo tengono lontano da sé stesso. Certo, lui non ha mai avuto dei lutti, non gli è mai morto un amico o un’altra persona vicina. Sì, da piccolo gli è venuta a mancare una zia, ma fu un dramma che straziò il cuore della madre, non certo il suo. Alessandro lavora con la morte, ma è impermeabile alla morte stessa: non è mai avuto un esperienza diretta.

Ma anche per lui il riscatto avviene. L’evento straordinario irrompe: il discreto alza la voce.

In un pomeriggio tardo, poco dopo aver finito un servizio, uscito dal cimitero va dritto verso l’ufficio. Alla guida ovviamente della Mercedes “d’ordinanza”. Sempre con il telefono in mano. È intento a chiamare la sua compagna, che però stavolta non risponde. Una telefonata non risposta è inconcepibile. Il suo spirito organizzatore non può accettare tale affronto. E soprattutto non può accettare di aver regalato un cellulare a una donna che si prende il lusso di non rispondere rapidamente. È spazientito, è teso. Il piede comincia ad appesantirsi sopra l’acceleratore. Prende una curva, lo fa velocemente. Esce dalla propria corsia. Tutto avviene rapidamente. Un rumore sordo, un sobbalzo della macchina, delle grida. Alessandro frena. Frena con così tanta forza tanto che la scarpa destra gli si scuce. L’attrito dei copertoni sull’asfalto crea uno stridore agghiacciante. E un odore orticante di plastica bruciata. Lui non vorrebbe capire cosa è successo, anche se sa già cosa è accaduto.

All’ improvviso, mentre è ancora seduto, una ventata gelata lo attraversa fin dentro le viscere. E comincia a sudare, a grondare. Il telefono è ancora attaccato al suo orecchio, non se ne vuole staccare. Ora, però una voce dall’altro capo risponde: «Amore, scusa ero in bagno a prepararmi per te». Ora questa voce lo irrita, lo infastidisce. Allontana il telefono dal suo orecchio, guarda il display, come per aver conferma di chi sia a parlare. Nel display c’è il nome della sua donna, o meglio, il semplice e freddo cognome. Non vuole parlare, non ha nulla da dire, si lascia scivolare il telefono dalla mano.

Scende dalla macchina e d’improvviso tutto diventa chiaro, evidente, irreparabile. Ha investito un bambino stretto alla mano della madre. Stavano attraversando lungo la striscia pedonale. Che tragedia. Un bersaglio innocuo che nessuno vorrebbe mai centrare. E lui, l’organizzatore perfetto, lo ha fatto. Ora Alessandro è in piedi accanto alla macchina vede un film al rallentatore: la madre, appena ferita che trascina verso il petto il corpo inerme del suo piccolo. Il volto del bambino è così pieno di sangue da non riuscire a capire quale sia l’espressione che si è fermata sul suo volto. Forse ci sono anche delle lacrime, ma tutto è confuso. Alessandro è sconvolto, le gambe non ne reggono il peso. Non aveva mai avuto contatto con il morire ed ora ne ha fatto l’esperienza più diretta che ci possa essere: l’omicidio. Conoscendo pure quello più infamante: il sonno dell’innocente. Non sa che fare. Il cuore sembra che gli stia esplodendo dentro. La bocca è secca, non ha più saliva. Trasuda disperazione.

Nel frattempo si avvicina della gente. La dinamica dell’accaduto è semplice da capire. Qualcuno si avvicina alla madre senza toccarla. Il suo è il dolore di una statua, il lamento sembra intonare un armonia lacerante. Qualcun altro invece inveisce contro Alessandro. Lui non reagisce non risponde, sembra come se accettasse un tragico verdetto. Si sente colpevole, non si sente vittima. Resta impassibile, è pronto ad accettare anche un linciaggio. D’improvviso tutta la suo bravure nel saper trattare la gente cede il passo ad un umile silenzio: si fa piccolo.

Arrivano i Carabinieri, pronti a separare lui dalla folla. In quell’ anfratto di strada tutto sembra confusione: sirene, urla, pianto. Attorno a lui però si crea una piazzola di silenzio. Il suo sguardo si cerca con quello della madre. Lei cerca gli occhi del colpevole, vuole la sua giustizia; lui invece cerca lo sguardo della pietà. Attende un verdetto. Il suo cuore si fa limpido. È pronto ad accettare tutto quello che avverrà. Adesso una strana consapevolezza illumina il suo viso. La placida sicurezza del suo volto è segnata da una smorfia di afflizione e serena sofferenza. Ma la madre con gli occhi offuscati da nubi di dolore non lo fulmina. Gli trasmette del calore, gli comunica la consapevolezza che quello che è accaduto è solo un incidente, tragico, ma pur sempre un incedente. È come se lo avesse perdonato. Un perdono pieno d’amore, che solo il linguaggio del cuore può trasmettere. Lui china il capo.

Ogni pretesa è caduta. In un sol colpo Alessandro ha conosciuto la disperazione, la vera morte -la sua-, il silenzio, la tragedia, l’amore. Ora lui non si chiamerà più Alessandro. Quel nome è il passato. Le vanità di un mondo che lo ha distratto, fino all’epilogo drammatico dello strazio di un infante, di colpo crolla e con esso parte del suo Ego.

Ancora due minuti. I Carabinieri si avvicinano e con aria gentile ma perentoria gli comunicano che li deve seguire. La sua risposta è calma e dignitosa: «Sì, naturalmente».

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