Le chiese dell’Ulster unite contro la povertà

 di Fernando M. Adonia da http://www.fareitaliamag.it

Storico evento, ecumenismo sociale o caso estremo di necessità-che-si fa-virtù? Il baratro della povertà ha imposto alle chiese dell’Ulster di far fronte comune. I quattro vescovi delle comunità cristiane nordirlandesi (cattolici, anglicani, metodisti e presbiteriani) infatti sono volati a Londra per manifestare al governo “profonda preoccupazione” per i tagli allo stato sociale messi in agenda dal premier Cameron. Gli stessi contro i quali nei giorni scorsi sono scesi in piazza oltre due milioni di sudditi della regina. Nella capitale i religiosi sono stati ricevuti privatamente dal Ministro per la riforma del Welfare, Lord David Freud. E successivamente hanno incontrato a Westminster i deputati della Camera dei Lord coinvolti nella discussione sul disegno di legge in questione.

Gli echi delle bombe a Belfast sembrano ormai lontani nel tempo. Come anche gli strascichi etnico-religiosi che hanno alimentato il conflitto nordirlandese per tanti,  troppi anni. Le minacce attuali hanno pero ben altre fondamenta. La riforma in arrivo rischia di essere lo “scossone più radicale al sistema britannico di sicurezza sociale” mai avvenuto. Nei contenuti si prevede l’introduzione di nuove misure che limiteranno l’accesso alla casa e imporranno un regime più restrittivo in materia di mantenimento dei figli ed elargizione degli assegni familiari.

L’arcivescovo di Armagh, Alan Harper, della Chiesa d’Irlanda, ha spiegato “che le analisi hanno dimostrato come l’Ulster soffrirà più di ogni altra regione del Regno Unito la riforma”. “L’Irlanda del Nord – osserva a proposito Ivan Patterson, Moderatore della Chiesa presbiteriana – è già in ritardo in termini di crescita economica. Abbiamo tra i più alti livelli di disoccupazione e povertà nel Regno e queste riforme ci faranno regredire ancora di più”. Sono questi i motivi che hanno spinto i vescovi a scendere in campo: “Come leader cristiani sentiamo di avere la responsabilità di parlare per i più poveri e soprattutto per i bambini e le loro famiglie che saranno spinti ancor più nella povertà”.

A questo quadro già desolante, l’analisi cattolica aggiunge delle sfumature ancora più tetre. Per il cardinale Seán Brady , primate della conferenza episcopale, “siamo in una fase critica per l’Irlanda del Nord. Abbiamo bisogno di investimenti per la pace, la stabilità e la crescita, non di misure che lasciano decine di migliaia di nostri giovani senza speranza”. Il centro della sua riflessione ruota attorno alla parola ‘pace’, termine eluso dai suoi omologhi riformati. I cattolici irlandesi, si sa, hanno sperimentato con il sangue e la paura il nesso stringente tra povertà e violenza. La stagnazione economica, ma anche l’assenza di prospettive concrete, sono un pericoloso innesco per il terrore armato. La storia insegna che la guerra nord irlandese fu solo in parte religiosa. Carlo Lo Re infatti , nel saggio La questione nord-irlandese. Per una storia critica del conflitto in Ulster (Antonio Pellicani Editore, 2000), ha proposto la tesi inedita secondo la quale una delle concause della crisi è da rintracciare nella disuguaglianza sociale tra cattolici e protestanti. Insomma, un conflitto di classe.

Esatta o no, la tesi di Lo Re non è da accantonare. Il rischio odierno è che possano tornare in auge simili condizioni di esasperazione collettiva, riportando così l’orologio della storia indietro di un secolo. Con questo non si vuole suggerire al governo britannico una soluzione piuttosto ché un’altra. È chiaro però che una  manovra economica, se proiettata con geometrie rigide, finisce inevitabilmente per avere effetti implosivi.  Le ragioni della pace, soprattutto se fragile come quella in Ulster, devono agganciarsi assolutamente ad un benessere diffuso. In assenza di ciò la logica dei tagli risulta provvisoria tanto quanto un fuoco che cova nelle viscere. Il vero scoglio sta dunque  nella cercare una  sintesi

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