Appunti sulla parata della Carrozza del Senato. Catania: Orgoglio, declino e Bellezza. Qualche consiglio.

Non possiamo non dirlo: la sfilata della Carrozza del Senato e il dono dei ceri a S. Agata del 3 Febbraio a Catania, ha un ché di oggettivamente Bello. Si, proprio con la “b” maiuscola. Appunto perché questa parola, aggrappandoci a suggestioni di carattere platonico, si riconnette direttamente  alla sublime idea del Bello in sè. Vedere centinaia di stendardi sventolare al vento e luccicare al sole, non può lasciare indifferenti. No, non può! Sopratutto a chi, nell’anima, ha la percezione che in un certo qual modo  la “forma è sostanza”.

Bene, la Marcia del “tre” non ha nulla di sacro, almeno nell’accezione comune del termine. Il dono dei ceri ha una valenza civile, esclusivamente laica e schiettamente profana. É la marcia delle corporazioni cittadine, la sfilata di chi lavora per la città o nella città, o di chi, nel volontariato, si affatica per essa. Dove la Chiesa, in quanto custode di una grande tradizione, si riconosce collante narrativo del tessuto sociale. Un momento solenne dunque, in cui le istituzioni e le associazioni esibiscono solennemente se stesse. Mentre la città, nel suo complesso, celebra la sua vitalità, la sua simbolica, il proprio orgoglio.

Manca però qualcosa. E già, la nota dolente arriva. Perché non sembra che i catanesi abbiano percepito appiano l’importanza di questa parata. Lo si vede nel disordine che si accalca ai lati di essa e anche nel mezzo. Una ressa continua, un continuo “violare” le barriere e i limiti della processione stessa. Che brutta scena vedere i sacerdoti costretti a redarguire i passanti, quasi desolante. La mancanza di educazione c’entra tantissimo. E si vede. Ma manca qualcosa anche nei volti di chi sfila. La percezione immediata è la rilassatezza. Nulla a che vedere con le processioni degli orangisti in Irlanda o della sfilata delle corporazioni a Siena, o con le tante altre marce analoghe che in tutto il mondo macinano asfalto e passioni. Lì i visi comunicano orgoglio e incutono timore. Ma nell’accezione più alta della parola. Li la gente ai lati non oserebbe neanche pensare di attraversare la marcia. Mentre qui. al contrario, accade questo e tanto altro di peggio.

Che strazio. Davvero. Il cuore piange a vedere il confalone dell’Università retto da un messo, un semplice impiegato, a sfilare senza studenti dietro. Questa è la cifra della decadenza di questa città. La si vede proprio dietro quello stendardo solitario. Che sofferenza… E pensare che la Siciliae Studium Generale, nata nel 1434, dopo la Chiesa, è l’istituzione più antica della città. E assieme ad essa è l’istituzione che ha  l’obbligo d’ indicare l’altezza delle aspirazioni morali di un intero consesso civile. Un tempo l’Università era la “culla della leadership”, il luogo dove si formavano uomini, si fondavano comunità e si diffondeva immaginario. In una unica parola: araldica. Ora tutto è passato. Evidentemente negli ultimi trent’anni chi ha gestito questa istituzione ha perso di vista l’essenziale, ha agito affinché accademici e studenti non si sentissero più parte della stesso Corpo. Che malinconia…

Sfilano anche i politici. Ed è giusto e legittimo che sia così. Sarebbe anzi bello che i partiti lo facessero accompagnati da uno stendardo ufficiale e da una formalità più autoritativa. Senza ambiguità e ruffianerie. Ma non è così. Succede che la parata è il luogo della passerella. Certo, è inevitabile che per un politico qualsiasi evento pubblico possa avere anche questa valenza. Ma non può essere esclusiva. Sopratutto in un momento storico in cui l’antipolitica ha raggiunto vette paradossali e ambigue. E qui la polemica c’è tutta. Per questo il popolo percepisce distacco.

Catania deve essere” forma”. Se la città e la sua gente non prenderanno contezza estetica delle proprie potenzialità, il popolo di Agata subirà il peggiore declino possibile. Un processo lento e inesorabile che porterà tutti al baratro. Ma non irreversibile. Per questo Catania deve riscoprire la sua Bellezza con orgoglio e rigore. Senza questo si farebbe un torto alla santa Patrona, che già nel suo nome esprime quel misterioso intreccio tra il Bello e il Buono.

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