L’Italia sull’orlo del suicidio

Quello della crisi  di nervi è già stato superato da tempo. Il nuovo orlo è proprio il suicido, il baratro più atroce entro il quale la mente umana rischia di franare. Col suicidio crolla ogni velleità razionalizzante e sorgono degli interrogativi agghiaccianti. Dall’inizio della Grande crisi, la tempesta finanziaria, si è ormai perso il conto degli imprenditori, artigiani, commercianti e operai che si sono tolti la vita o

hanno tentato di farlo. Il numero di quelli che lo hanno solo pensato non lo teniamo neanche in considerazione, non però per incapacità di calcolo -che è più che evidente-  ma proprio per la paura del numero: sarebbe così amplio da spaventare anche gli animi più eroici. Il suicidio torna dunque di prepotenza nell’agenda pubblica. Torna col nome proprio, senza camuffamenti vari quali eutanasia o sospensione delle cure. Se ne parla perché   il rituale del sucidio potrebbe espandersi come l’ebola, complice pure  un governo ebbro di tassazione, sostenuto dalle maggiori forze politiche del paese e protetto dalle milizie di Equitalia.

Certo, non tutte le testate giornalistiche pongono la questione con lo stesso allarme. Alcuni giornali non se la sentirebbero proprio di spingere l’anali su questi tragici episodi. C’è un evidente imbarazzo nel ricondurre la piaga dei suicidi ai giochi di banchieri e brocker finanziari. Su questo, Il Giornale di Feltri e Sallusti non ha peli sulla lingua, bisogna dargliene atto. Come bisogna tenere in conto una considerazione che forse ci da realmente la misura di quanto siamo in crisi: la gente comune chiamata a commentare queste morti  comincia ad esprimere paura, desolazione e sofferenza. Traspare tragedia. Ed giusto che sia così. Nessuno -davanti a questi casi concreti di morte- parla di quanto sia opportuno lasciare “libertà di coscienza”, di “rispettare le decisioni”  o, storpiandone il senso, di rispettare la “dignità umana”. Non si sente più quel chiacchiericcio che spesso ruota attorno alle nuove prospettive di “buona morta” che l’epoca dell’opulenza ha miseramente prodotto. Crisi significa pure schiarire il linguaggio e la coscienza. Questa è forse l’unica nota positiva di un crack mondiale le cui dinamiche sono solo di pertinenza di alcuni apprendisti stregone dell’economia finanziaria. Forse é l’ora di tornare al reale, bloccando  la tecnocrazia totalitaria dei burocrati bancari. Bisogna ricominciare dal sudore del lavoro. E’ questo l’unico criterio che legittima ogni ricchezza. Tassi d’interesse, spreads e indici vari sono nulla, tanto quanto la morte.

Fernando M. Adonia

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