Il Grido di un padre. Il diario di un dolore.

di Fernando M. Adonia da http://www.cataniaoggi.com

La sofferenza è sempre un mistero.  La malattia è uno scandalo davanti al quale ogni intelligenza – anche quando è supportata dalle tante certezze mediche che l’epoca attuale ha prodotto –  si sgretola. Il dolore di un bambino è una tragedia, persistente tanto quanto quell’aquila chiamata a  dilaniare all’infinito  il fegato sempre rinnovato del Prometeo incatenato. Un vicenda senza fine, una domanda sempre posta, davanti alla quale non c’è risposta alcuna. Non c’è e basta! Filosofia e Teologia si sono trovate nei secoli sguarnite. 

Vito Mancuso, nel saggio Metafisica del dolore innocente (2007), lo afferma con la massima chiarezza: «Il dolore degli innocenti è un cuneo di ferro potentissimo che si insinua nel castello della visione del mondo sottesa alla teologia tradizionale, e lo sbriciola come fosse di sabbia». E ancora. Sfogliando l’Antico Testamento, nel libro di Giobbe – la storia del giusto per eccellenza provato dalle peggiori sofferenze morali e fisiche a seguito di un dialogo altrettanto misterioso tra Dio e lo Shatan , “l’avversario” –  non vi è risposta alla suo dolore, che è poi lo stesso di ogni innocente della Storia. I ragionamenti di Elifaz, Bildad, Zofar ed Eliu, agli occhi di Giobbe sono incompleti, perché non si capacitano della sua purezza. Sarà Dio stesso a risolvere la questione, velando a sua volta, l’insondabilità dei suoi piani.

Il dolore però può produrre sapienza. Parola che nella sua forma più antica vuol dire conoscenza sull’Uomo. Sapienza che può essere sì illuminata dalla fede, ma che – il più delle volte è così – può essere temprata anche dalla rabbia. Un grido sicuramente. Ed è proprio “Grido di un padre” a dare dare il titolo al diario di Massimo Consolato Sciacca (Klimax edizioni, San Gregorio di Catania, 2012). Lui è il “papà” di Mattia, strappato alla vita a sei anni, dopo averne vissuto gli ultimi due tra atroci sofferenze  a causa di un tumore al cervello. Nella fase terminale del “calvario” del figlio, Sciacca  ha cominciato a scrivere. Pagine su pagine. Un modo per ricapitolare le idee. Un modo per consolarsi. Non è il primo ad averlo fatto. Si pensi al Diario di un dolore di C.S. Lewis, il grande autore delle Cronache di Narnjia, che ci ha lasciato un grande saggio denso di umanità e angoscia scritto dopo la dipartita della moglie amata.

Il diario di Sciacca è straziante. Il testo, nonostante la prosa agevole, è duro. E’ il contenuto a renderlo tale. Nella vita di tutti i giorni si evita con coscienza di buttar lo sguardo sulla realtà degli ospedali, della chemioterapia, dei capelli che cadono, delle urla sgraziate che precedono una fine inevitabile. E’ un modo per esorcizzare la morte. Ed pure legittimo che sia così. Magari naturale. Come lo sarebbe pure se a seppellire i padri fossero i figli. E non al contrario. Chi sopravvive alla propria discendenza vive una sofferenza esponenziale. E’ costretto a rivivere la sua, quella della sua famiglia, della moglie, ma anche – accento che viene qui trattato con estrema puntualità – la sofferenza orizzontale dei fratelli, sopratutto se questi sono molto più grandi del bambino che si appresta a lasciare il mondo.

Mattia è nato a quasi vent’anni dai fratelli maggiori. Una gravidanza inattesa. Per questo ancor più amena. Ma anche per questo è ancor più paradossale la vicenda che ha sconvolto un’intera famiglia. Gente normale, normalissima. Brave persone. Che, dato oggi più che mai straordinario, sono rimaste unite  nonostante le avversità. Sciacca è un uomo normale. Anzi, un carabiniere. Una vita spesa per gli ideali dell’Arma. Grandi valori e senso dell’azione. Militare che ha vissuto sul campo la guerra di Mafia che tra gli anni ’80 e ’90  ha insanguinato la Sicilia; ma anche le insidie della missione in Iraq.  Dettagli non da poco.

Domande inattese. Come deve sentirsi un uomo abituato ad agire davanti alla prepotenza di una male incurabile? Il grido di questo “diario” nasce proprio da questo cortocircuito. Il protagonista del Diario è proprio la voce narrante. E’ la cronaca-oscura di un uomo abituato per “deformazione” a raccogliere dettagli, a seguire tracce, a dare voce a una vicenda che potrebbe essere uguale a tante altre. E nel mistero lo è.

C’è un dato che sconvolge in questa storia. Mattia è stato più che consapevole di quanto stava accadendo. Sia in termini fisici, che spirituali. Cosciente di una sofferenza che può lasciare sbalorditi tanto gli adulti quanto i medici. Sofferenza che si è trasfigurata in quella del Gesù Crocifisso. Anzi, in unione con lui. Forse questa conclusione rischia di essere azzardata. Ma alcune tappe che hanno accompagnato il suo particolarissimo “Golgota” non possono essere eluse. E ci autorizzano a seguire questo ragionamento. La precocissima richiesta delle particole eucaristiche, la cresima – concessa con largo anticipo rispetto all’età canonica perché le autorità ecclesiastiche hanno riconosciuto in lui una maturità e una sincerità fuori dall’ordinario; le preghiere incessanti motivate dalla particolare sofferenza in corso. “Se Cristo ha sofferto dobbiamo pregare!”, diceva. Il nesso suscitato dalla logica di Mattia è spiazzante, e andrebbe indagato con rigore teologico.

Come vanno analizzati i disegni realizzati durante la degenza: accanto alla croce di Cristo ce n’è sempre una più piccolina: è la sua. Secondo la testimonianza della dottoressa Claudia Deodato, esperta di pedagogia clinica “i disegni esprimono la forte unione e identificazione che il bambino sente nei confronti di Gesù, per la sofferenza che vive”. Dall’altra, nella testimonianza riportata nell’ evangelo di Matteo (25, 31-46), è Gesù stesso che rivela un nesso stringente tra i malati,  i sofferenti in genere, e la sua persona.

“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Queste conclusioni – per onestà intellettuale – non sono avanzate da Sciacca. Chi le scrive se ne assume tutta la paternità e responsabilità: quella di Mattia è la vicenda di un piccolo santo, di un alter christus. Probabilmente gli ospedali sono colmi di esempi come il suo. Tutto ciò nel silenzio e nel mistero. Il merito di questo diario è dunque quello di lasciar intravedere che dietro la disperazione di una tragedia umana come quella di Mattia, esiste un piano di lettura che ne può ribaltare assolutamente l’esito ultimo. Un piano che supera di gran lunga ogni consolazione umana.

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