“60 anni di un secolo d’Italia” di Antonio Rapisarda

Di Fernando M. Adonia – C’era una volta un quotidiano. Si chiamava il Secolo d’Italia. Era l’organo di un partito che oggi non c’è più, il movimento sociale italiano. Poi divenne il foglio di An – estinto anch’esso prematuramente. In seguito divenne la voce personale di Gianfranco Fini ed infine di una parte del pdl. In molti non se ne ricordano più o non ne sanno proprio nulla. É da anni infatti che il Secolo non arriva più nelle edicole catanesi.

Troppo dispendioso spedire le copie qua giù, al sud. Triste a dirlo, ma la distanza ha censurato una voce importante dell’informazione nazionale. Ma il giornale di via della Scrofa stampa ancora. Non ha mai chiuso i battenti. Anzi, proprio nel 2012, ha compiuto sessantanni. E -per una strana coincidenza geografica- è stato proprio un catanese, il giornalista Antonio Rapisarda, a redigerne il testo commemorativo: “60 anni di un Secolo d’Italia” (Roma 2012, € 10,00).

La confezione del libro è agile, moderna e sfiziosa. Giudizio bizzarro per un testo che si presenta al pubblico con una finalità ben precisa, consegnare alla Storia propriamente detta un quotidiano, un prodotto editoriale cioè che superate le ore dodici perde ogni sua ragion d’essere. Impresa non facile. Ma Antonio Rapisarda è riuscito a renderla al meglio. Il libro è diviso in due grossi segmenti. Il primo è un saggio molto puntuale sulla storia del Secolo; il secondo è una collezione delle “prime” storiche accompagnate dagli editoriali dell’epoca, ma anche da contributi del tutto nuovi e “originali”. Uno su tutti il ricordi di Giorgio Almirante scritto da Marco Pannello. Un grande della prima repubblica che rende tributo ad un altro grande. La riprova che il msi rientra di diritto nella storia d’Italia. Davvero emozionante è pure il ricordo della primavera di Praga firmato da Giampaolo Pansa, uomo che non leggeva il Secolo perchè “giornale fascista”. Da leggere assolutamente anche il contributo di Franco Cardini sulla svolta epocale del Concilio Vaticano II.

Insomma, un testo da macinare tutto d’un fiato. Stiamo attenti però, “60 anni di un Secolo d’Italia” non è l’ennesima storia del Msi,  tinta di politichese e cronaca nera. E’ un tuffo nella storia d’Italia. Un’immersione compiuta in un mare del tutto particolare. Le cui acque sono quelle del Secolo appunto. É un distinguo non da poco, ma decisivo. Quella del Secolo è la vicenda di un redazione sotto assedio. Un punto di vista ridotto a minoranza da un arco costituzionale troppo esclusivo ed escludente. Una voce soffocata da un cultura marxista che -o con le buone o con le cattive- ha saputo imporre i nomi di chi in Italia aveva il diritto di parlare e chi  l’obbligo di tacere. Ma il Secolo ha tenuto duro. E ha saputo raccontare il mondo con una lucidità e un buon senso, che la destra -anche con un po’ d’ironia- ancora oggi non sapeva neanche di avere. E a rileggere oggi quella pagine ingiallite, viene un po’ di nostalgia, ma anche un pizzico di rabbia.

Chi lo avrebbe mai detto che alla morte del “nemico” Togliatti, senza ipocrisia, ma con tanta dignità proprio dal Secolo gli venisse riconosciuto  il valore umano di “rivoluzionario”. E chi ricorda oggi che dopo la morte dei “fratelli di Primavelle”, Almirante -anziché chiedere vendetta- lanciò l’appello a deporre ogni odio. Attenzione però la storia del msi e quindi del Secolo, non è una solo una fiaba di lutti e tristezze, è anche una storia di “vittorie”: una su tutte quella dell’avanzata alle amministrative del giugno 1971. Certo, sulle sue pagine sono apparsi anche appelli -francamente- discutibili, come quelli in favore in favore della “doppia pena di morte”. Ma ci sono stati anche titoli profetici, che hanno indicato la via da prendere per cambiare l’Italia. Dopo la morte di Paolo Borsellino il “non possiamo più restare a guardare” ha smosso un’intera gioventù, la stessa che poi è andata al governo del paese a rappresentare le istanza positive di una  generazione esclusa.

Guardiamo però all’ora presente. Venendo a mancare i partiti di cui il Secolo è stato organo- molto probabilmente anche il pdl cederà il passo ad un nuovo cartello- il quotidiano di via della Scrofa dovrà trovare una nuova definizione, una nuova ragion d’essere. Esso dovrà diventare l’organo di una comunità che esiste oltre la stessa sopravvivenza delle nomenclature partitiche. Deve diventare il foglio informale dell’“area”, oltre molti steccati inutili. Con sempre più colore, sempre più inchieste e nuova aggressività. Deve essere un giornale libero, come lo è la gente che negli anni lo ha letto. Questa speranza è oggi nelle mani del direttore Marcello De Angelis. Le premesse sono già tutte nel suo editoriale di presentazione ai   lettori: “Guardatevi allo specchio. Lo specchio sarà questo giornale. Non vogliamo insegnarvi niente. I valori profondi non sia apprendono sulle colonne di un giornale. Ma vi possono ritrovare, si possono riconoscere. L’identità, l’appartenenza, si portano dentro e si vivono”. Sulla scorta di queste parole, il Secolo può proporsi al grande pubblico come il nuovo caso editoriale italiano. Il nostro augurio per questo compleanno si chiama volontà. Quella cioè di scrivere una pagina di giornalismo assolutamente inedita.

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