“Speranze e assenze”. Catania, città “Casta e Puttana”. L’augurio: si parli “in catanese ai catanesi”

di Fernando M. Adonia – Il testo che vi propongo ero sepolto da più di un’anno in un cassetto. Nulla di ché. Sono solo gli appunti che mi ero preparato per una relazione tenuta presso l’ Osservatorio politico “Prezioso Avanzo”, una iniziativa fortemente voluta dal sociologo e gesuita Gianni Nodari e coordinata dal teologo e filosofo Giovanni Basile. Il tema da sviluppare era “Catania: speranze e assenze”. Era il Febbraio del 2011. Alcuni passaggi risentono di alcune suggestioni vissute in quei giorni. Una su tutte, la fuoriuscita, assieme ad Antonio Condorelli e ad altri giovani giornalisti pieni di coraggio, dalla redazione di un free press cittadino che nel giro di pochissimo tempo aveva attirato su di sé le attenzioni e le aspettative, forse un po’ troppo generose, di tutta Catania. Ma anche la concomitanza con i festeggiamenti agatini. Da lunedì apre la redazione catanese di LiveSicilia, ad animarla gli stessi interpreti di allora. Nel frattempo arriveranno anche i dati delle elezioni regionali. Nulla di tangibile, ma credo ci sia un legame misterioso tra questi due eventi, su cui si addensano molte speranze. Leggendo questa relazione, spero, capirete quali.

“Non possiamo parlare delle “speranze” senza prima sprofondare le mani sulle “assenze”. Catania è una città disperata, teatro di molteplici drammi e molto spesso vittima di sé stessa: disoccupazione, sporcizia, mafia, corruzione, mancanza di luoghi di aggregazione, lavoro sommerso, sfruttamento del lavoro minorile, ignoranza sui propri diritti, classe politica autoreferenziale, cittadini pigri . E non solo: il punto che a me preme di sottolineare con maggior forza è una piaga che ricapitola a sé tutte le altre, anche se non è così immediato intenderlo: l’informazione bloccata. Si, siamo davanti ad un sostanziale monopolio dell’informazione. Il che trascina a sé due conseguenze di primo ordine, due allarmi: un’emergenza democratica e una sostanziale alterazione della percezione di cosa sia reale o irreale in città. Ovvero, quando si apre un giornale, e si scopre che le uniche “notizie” pubblicate sono le buche per  strada o i “comunicati stampa”, nel lettore s’innesta un certo grado di schizofrenia, soprattutto se le indicazioni sui drammi cittadini proposti sopra hanno un loro fondamento anche minimo. E lo hanno: è questo il paradosso. O vogliamo mettere in dubbio anche le pagelle prodotte da Legambiente o da il Sole24h che ci dicono che questa città sta sprofondando?

Nel medioevo la verità era l’accordo tra un contenuto espresso e la sua adesione con la realtà. Quando non siamo in presenza di ciò, non discutiamo solo di verità negate, ma di vere e proprie menzogne. Menzogne, sì, parola pesante che discredita totalmente l’opera di chi si propone di fare informazione. Ma torniamo indietro, all’ emergenza democratica. Le realtà democratiche sono di per sé complesse. Non c’è democrazia senza divisione tra i tre poteri: legislativo, giudiziario, esecutivo. Questi poteri dovrebbero operare nella più piena e reciproca lealtà, ma spesso si sovrappongono ed entrano in conflitto. L’informazione è appieno diritto il quarto potere, una realtà che se gestita senza criterio può fare male e produrre dei danni incommensurabili. Ma se funziona al meglio essa è salutare per l’intero sistema, un anticorpo. In primo luogo l’informazione è quella realtà che accorcia le distanza tra chi e nel palazzo e chi ne sta fuori, aiutando nell’immaginario quell’esercizio del potere-del-popolo che altrimenti rischierebbe di rimanere pura retorica. Non è una cosa da poco. L’informazione quando non omette, ma anzi fa luce sui meccanismi del potere (o dei poteri), dissuade dalla corruzione, dal malaffare. È grazie ad un buon lavoro d’inchiesta, ma anche grazie ad un semplice racconto dei fatti ma fedele, che si riesce a mantenere vivo la spessore della politica e si riesce anche ad aiutare i politici a perseguire quella virtù pubblica che deve essere prerogativa del proprio agire. Qui si tratta di trasparenza, senza di essa la democrazia diventa arrogante e oligarchica.

Guardata a quanto è accaduto nei paesi del Magreb. In Tunisia per trent’anni c’è stato un solo quotidiano nazionale, controllando quello si controllavano le coscienze. Un lavoro facile. Cosa è successo poi, la gente si è ribellata. Ci si ribella prima di tutto contro quella corruzione che è stata coperta grazie alla mancanza di pluralità e informazione. Pluralità, altra bella parola carica di democraticità, ma necessaria. Non basta dichiarare di voler fare un informazione libera affinché questa sia davvero tale. È solo la presenza di più testate e organi che si può sperare che ciò che io ometto possa rimbalzare da qualche altra parte. Questi sono temi che, per chi ha una coscienza sollecitata dalle parole del Vangelo, non possono rimanere estranei. La “verità vi farà liberi”, Gesù era perentorio. Da quell’ invettiva noi siamo obbligati a trarne anche delle conseguenze di carattere morale, sociale e civile. Noi stessi dobbiamo lasciarci incuriosire dalla libertà e dalla verità, in tutti i suoi aspetti. Viene in mente quanto diceva il grande teologo Kalr Barth: il cristiano deve leggere ogni mattina la bibbia e il giornale. Poiché nella bibbia è dio che parla all’uomo, nel giornale è l’uomo che parla a sé stesso. E noi siamo uomini.

Speranze. Oltre a quella che ci siano dei giornalisti con la voglia di scrivere ed editori pronti a finanziare buoni progetti, c’è da guardare Catania per quella che è realmente. Essa è una città straordinaria, deturpata, ma straordinaria. Una città abitata da gente spesso maleducata, ma allo stesso tempo vitale, spigliata e allegra. Se è vero quello che diceva San Giovanni Bosco che il diavolo teme la gente allegra, dovremmo tentare di trarre qualche beneficio da questa peculiarità nostrana. Catania è anche una città solidale, dove determinati rapporti interumani, le relazioni, restano ancora vivi. Catania riconosce sé stessa come una grande comunità. Il problema è che molto spesso essa si dimentica di questa sua connotazione. O la mette a disposizione di altri tipi di “poteri”, come quelli criminali.

Incensando sé stessa, Catania si perde nella vanità e nell’ orgoglio. Ma si perde davvero. Catania è una città che ama. E che ha un tradizione molto forte a cui ancorarsi per ripartire. Il legame con Agata è straordinario, un culto ininterrotto da quasi 18secoli. Il dato sconcertante è che essa fu una giovane martire. Essa è esistita davvero, carne ed ossa. Non è un semplice simulacro. Essa fu straziata nel suo intimo. Catania ha dato vita ad una Santa che ha patito col sangue il valore della sua dignità sia di donne, che di cristiana. E lo ha fatto liberamente. Una martirio dall’eminente valore religioso, ma da cui se ne può trarre, anche in questo caso, una valore civile fortissimo. Una buona dose di coraggio, in primo luogo. Lo stesso che è di un altro grande catanese, giornalista e martire assieme, Beppe Fava.

La speranza è dunque che Catania possa rialzarsi, possa avere la sua resurrezione partendo da Agata. Io credo che ai catanesi, bisogna parlare in Catanese. Non intendo solo nell’ accezione dialettale, ma anche. Bisogna parlare ai Catanesi attraverso i loro simboli e miti. Ci sarà un motivo sei i due grandi motti Agatini richiamano dentro la parola “patria”. C’è una legame inscindibile tra la santa e la sua città. Lo deve riconoscere la Chiesa, lo devono riconoscere i politici e le associazioni. Qui si parla di Riappropriarsi di un immaginario. Infondo immaginare il futuro di Catania senza Catania stessa, è assurdo e anche criminale”.

twitt@fernandomadonia

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