Tra tanti salotti, il più comodo è quello degli “ultimi”

salottodegliutlimi

di Fernando Massimo Adonia – Ci sono salotti e salotti. Primi nella lista ci sono quelli dei borghesi. Quelli dove, al di là di quello che si dice all’interno (spesso nulla), si vanno a sedere tutti coloro che credono di avere delle carte in più rispetto alla massa degli “altri”. E ne hanno pure il diritto: i più per motivi di ceto; altri poi perché hanno fatto fortuna, dimostrando sul campo che esiste ancora una aristocrazia del denaro nel senso più antico del termine. In fondo poi ci sono anche quelli che si sono conquistati uno spazietto in uno di quei tanto esclusivi salotti senza averne alcun diritto, per semplice-e-disumana fortuna. Puttane, lacchè, zerbini e peones: questa particolare, ma triste, fortuna è riservata a loro.

Esistono pure i salotti di casa. Anche quelli hanno un loro fascino, comune, ma pur sempre fascino. In ogni casa ce n’è uno. Magari pacchiano, semplice, arabbattato, o splendidamente lussuoso. Lì è il diritto di sangue a farla da padrona. C’è poco da fare. Se il sangue è blu, l’arredo sarà di un certo tipo. Se il sangue poi ha altre tinte… beh, il resto va da sé.

Certo, poi ci sono i pigri. A loro è stato riservato l’attributo del “poltrone”. Parola che magari suscita un pizzico di simpatia. Ma anche un pizzico di stupore: è straordinario notare come un tipo umano sia stato tanto assimilato ad una “cosa”. Un esempio simile è quello della zoccola. Ma non rende però il confronto. C’è una dinamica che divide questi due esempi, il movimento del lavoro appunto. Ad ogni peripatetica che si rispetti va associata una passeggiata, magari all’addiaccio. Ne sanno qualcosa le tante donne che vedono le macchine sfrecciare sulla Catania-Gela. In quel caso a loro non interessa la stasi, ma il motore dei clienti che si fa immobile davanti alla loro merce femminile. É tutto umano, non c’è alcun giudizio di sorta che va espresso in questi casi. Insomma, se si ha la macchina per andar dove si pare, si devono avere già i diciotto anni canonici. Dunque la coscienza, o mennula che dir si voglia, dovrebbe essere già quagghiata, per poterne rispondere.

Ognuno faccia da sé la propria miseria. La solitudine infondo accoglie e accarezza tutti, in un abbraccio nullificante. E sono infatti tanti i “soli” in giro. Proprio tanti. Non si contano. Le città ne sono piene. Ma non si vedono. Di giorno vanno dispersi e mimetizzati tra la folla. Non si notano. La notte però cala per tutti. Inesorabile. E i nodi vengono al pettine. Già! Chi è solo continua a vagare, proprio mentre gli altri vanno a dormire, magari in un letto di solitudine apparecchiato fuori dalle scene. I “soli” invece vanno a teatro. Sono loro gli attori. Vagano su di un palco fatto di asfalto. Il pubblico sono i palazzi, gli agenti di polizia in servizio notturno, i netturbini e qualche altra figura dell’arredo urbano.

Ultimamente in Piazza Università ci sono gli operatori del settore socio-assistenziale in proptesta, che stazionano giorno e notte per le briciole di  un tozzo di pane che gli spetterebbe di diritto (acquisito con il lavoro, sia chiaro!). Sono divenuti anche loro complemento d’arredo di una Piazza già di per sé meravigliosa. Ma le piazze vanno vissute, si sa. E quella piccola tenda piazzata tra le basole di pietra lavica, con tante sedie di plastica attorno, contribuisce grandiosamente al pullulare notturno. Si resta svegli, si fa la guardia. La notte non concede cedimenti. Le si sperimenta tutte affinché il sonno sia tenuto a bada. Caffè, sigarette, cognac, carte da gioco, e ancora altro caffè. E si tira avanti, anche col sorriso che, per carità, non degrada mai il valore di alcuna battaglia.

Quei tanti “soli”  vengono attirati da questi siparietti di vita. Prima ci si avvicina con un po’ di ritrosia. Poi, di notte in notte, si torna sempre più spesso. Ci si ritrova ugualmente, anche perché la battaglia è lunga. Ma sopratutto si ride, anche rumorosamente. E che si ne frega! Sono tanti a vagare, sono in tanti a condividere la propria storia: presunti agenti della Cia, presunti omosessuali che non si riconoscono come tali, ma anche alcuni convinti di esserlo fino al midollo osseo, poeti non ancora estinti, fascisti imperterriti che non mollano per non passare da boia, madri sconsolate ma lo stesso coraggiose, sindacalisti a cui hanno tolto il sindacato, semplici disoccupati, fratelli di fratelli, malati di tumore, malati di testa (tanti, ad onor del vero), gente che ne sa sempre più di altri, professori dalla lezione sempre pronta, donne&uomini e uomini&donne, gente-che-lavora-tanto-ma-becca-sempre-poco, giornalisti senza giornale,  manager ruspanti, comunisti senza partito, e partiti di testa che non sono ancora tornati, nel senso cioè che tra politica e droga, hanno scelto entrambi i fronti con una certa soluzione di continuità. Ma c’è pure chi ha scelto solo la droga, o solo l’alcol, ma con coerenza e decisione.

La lista è ancora lunga. La collezione di uomini è ancora aperta. Oltre trecento se ne contano nella sola Piazza Università. Tutti con una storia da raccontare. Stiamo attenti però, non giudichiamo a scatola chiusa: sono tutte persone umane e come tali tutte portatori di una dignità altissima. Tutti ultimi, certo. Ma qualcuno di importante disse una volta che era venuto per loro. Ci voleva dunque un salotto per accoglierli, degno di quell’incontro. Per ora c’è, anche se si spera che possa essere smobilitato quanto prima , assieme alla battaglia che in particolare un uomo dagli occhi azzurri sta combattendo con tenacia. Questo è il salotto degli ultimi. Si legge questo in un cartello. Tra queste righe si legge il perché. Una vicenda che nasce nel calderone sindacale per divenire poi squisitamente umana. Un teatro aperto, la cui polvere può essere mangiata da chiunque. Ma va assaporata, anche per una sola sera. Non farlo vuol dire perdersi una buona fetta di realtà. Il guadagno, di rimando, è presto detto: la realtà stessa. Quale? Che siamo tutti “ultimi”. Cosa che,   a ben vedere, non è poi così tanto brutta.

 

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