Il suicidio al tempo della crisi. Ovvero, “distruzione in porzione singola”

fuoco

di Fernando M. Adonia – “S” come suicidio. (s.m). O anche: ammazzarsi, togliersi la vita, farla finita, autodistruzione, salto nel vuoto, gesto terribile, gesto irreparabile, la stessa fine di Giuda, un tabù, meglio-non-parlarne.  Nei fatti l’esito di questi gesti è sempre  uguale a sé stesso: la morte.

Teologicamente parlando, il destino di quelle anime in disperazione è giusto che sia affidato a Dio solo, che guarda e scruta dove l’occhio umano non arriva perché distratto da troppe cazzate, cioè al cuore degli altri. Storicamente però la faccenda è diversa. Non ci si è sempre suicidati allo stesso modo, o meglio non sempre si è arrivati a questo gesto per le medesime condizioni. La questione va posta dunque in termini sociologici (la filosofia dominante del XX secolo) o, meglio ancora, politici. Ovviamente, qui, non si vuol parlare di tutte le tipologie di suicidio. Ma di una in particolare. Quella cioè di chi, davanti ad un crisi sociale ed economica, punta a togliersi la vita, o che minaccia semplicemente di farlo, o che ancora opta per azioni di protesta individualissime: darsi fuoco, incatenarsi, salire sui tetti: sono tutte espressioni di un medesimo fenomeno culturale: l’individualismo, non c’è altra parola per identificarlo.

Il punto è uno e uno solo: la crisi attuale  ha sì degli esiti personali, ma è -per la prima volta nella storia- globale. In un modo o nell’altro, appartiene a tutti indistintamente e simultaneamente. Ma ne manca la percezione.

Strano che questo difetto di comprensione avvenga proprio nell’era della comunicazione. Ed il punto è proprio qui, su questa parola  sorge qualche patema: la comunicazione, oggi,  non è più di massa, ma è spalmata su ricettori individuali. Gli strumenti che utilizziamo, dal pc agli smartphone, presuppongo le distanze, anzi le incoraggiano. Non fomentano legami diretti, personali e stabili, come sostengono le pubblicità, anzi li annullano.  Ma lasciamo perdere questo dettaglio. Torniamo al nodo. La crisi è una, ma molti la percepiscono come assolutamente singolare. In tanti hanno la percezione che ogni propria difficoltà sia una fallimento irrimediabile che andrebbe espiato “in porzione singola”. Ora, in epoche neanche troppo distanti dalla nostra, la risposta principale a questa crisi sarebbe stata una mobilitazione generale, un moto comunitario, un’ azione aggregante. Magari ci sarebbe stato spazio per gesti come quello di Jan Palch, da leggere però in funzione di un collettivo afflitto.

Con questo chiarimento non si vuole però esaltare la violenza, non è questo il punto che si vuole sviluppare qui: anzi, siamo davanti ad una opzione totalmente antitetica a quella della violenza stessa. Anzi, pacifica e riaggregante assieme. Dall’altra, però, non è difficile credere con un certo grado di dissolvimento dei legami umani, dal punto di vista dell’ ormai censurato (come concetto) “sistema” (Matrix lo s’intende meglio), sia utile alla continuazione degli assenti di potere attuali. Assunto difficile da  dimostrare, ma anche difficile da smentire. Se è vero dunque che, ogni uomo, davanti alla morte è necessariamente solo; oggi, anche davanti alla vita, con le sue plurime sfumature di tristezza, ognuno è semplicemente un numero tra gli altri e mai un aggregato.

Per salvarci la vita, sopratutto ora, bisogna fare comunità, condividere quel poco che ognuno ha. Ma anche convincersi che nessuno è perfetto, e che nessun sistema economico e politico è prossimo alla perfezione. Siamo tutti in difetto di qualcosa, tutti abbiamo un piccolo numero di fallimenti dietro le spalle. Poco orgoglio dunque e tanto coraggio.

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Un pensiero su “Il suicidio al tempo della crisi. Ovvero, “distruzione in porzione singola”

  1. Eppure molti suicidi sono eventi sociali: nel senso che crepi da solo, ma ci sei arrivato in compagnia (sovente pessima). Onestamente non so se provare più simpatia per chi esce di scena così o piuttosto per chi decide di colpire gli altri.

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