Benedetto è sul monte e chiama battaglia.

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Mettiamola così, sono un ratzingeriano. Quindi un conservatore, un bigotto e anche uno stronzo. Quattro attributi che non mi sono dato da solo, ma che negli anni mi sono sentito vomitare addosso. Stronzo lo accetto volentieri, gli altri un po’ meno. Sul ratzingeriano, poi, dico soltanto che può valere come una valida ipotesi di lavoro, per quanto provvisoria. Insomma, ho letto quasi tutto di lui. Mancano all’appello soltanto gli studi su Agostino e Bonaventura. Il che mi rende un vero ignorante del ratzingerismo. Dall’altra c’è una pletora di emozioni che mi piace buttar fuori: la gioia per l’elezione di Benedetto XVI al soglio pontificio e lo sgomento, prossimo all’insonnia e alle lacrime, per la sua rinuncia. Due momenti che custodisco gelosamente e che valgono la cifra della mia personalità. Negli anni ho fatto mio un metro di misura: se qualcosa la diceva o la faceva R, doveva essere necessariamente giusta. Certo, sulla nomina di Bertone non sono stato così fiducioso, e a ragione.  Ma nulla rispetto a quella simpatia che nutrivo e nutro per quel bianco e “saggio nonnetto”. Tanto che, ad un anno di distanza da quel sofferto annuncio in latino, credo che la vera motivazione di quel gesto sia quella ufficiale. Un vero miracolo per una persona che immagina complotti anche nelle riunioni di condominio. In questo caso, no, non ho trovato altre motivazioni plausibili a quel fulmine a ciel sereno. Quell’atto è stato sincero: umile e dirompente assieme. Ed il fatto che al momento ci siano in Vaticano due papi, uno orante e uno regnante, crea una sorta di consolazione in me. L’immagine proposta da Antonio Socci, circa la presenza di Mosè-Benedetto sul monte che prega e un Giosué-Francesco in battaglia, mi galvanizza. La grande lezione di R ci insegna però una cosa: la storia è sempre uguale a sé stessa, mentre la Chiesa sarà sempre sofferente. La tempesta che si è abbattuta su B16 si scaglierà, in maniera diversa sicuramente, anche su Francesco. Anzi, su di lui con maggior violenza. Il motivo è semplice: in meno di un anno, mentre la politica è su tutto il pianeta invisibile, lui ha rifondato le ragioni dell’autorità. Questo smacco lo pagherà pesantemente. Il mondo non ama prendere lezioni, soprattutto da chi dice di non appartenere al mondo. Grazie a Dio, però, dalla clausura la voce di R è trapelata e ci ha lasciato un messaggio che non ammette ermeneutiche: “Se non c’è battaglia, non c’è cristianesimo”. Viva i papi, dunque e lunga vita a loro.

Fernando M. Adonia

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