Idee sui fatti di oggi, ma pensati in un altro momento. Su Enzo Bianco, Catania, la violenza e il troppo sangue degli ultimi tempi

Bianco

(di FMA) C’è che Catania, tutta d’un tratto, si scopre una città violenta. Di una violenza non più provinciale ma metropolitana. Questo prima ancora – e nonostante – il varo della nuova entità amministrativa. Non è solo un lezioso gioco di parole, ma d’idee. Si può obiettare, certo, che il capoluogo etneo, la violenza, come fenomeno strutturato, la conosca fin troppo bene. E che l’abitudine – si fa per dire, ovviamente – alla presenza mafiosa l’abbia resa immune ad un certo grado di sconcerto. Ma non è così. Anzi. I fatti di oggi, come anche il brutale omicidio di Veronica Valenti, uccisa non molto tempo fa con sessanta coltellate dall’ex  fidanzato, il 27enne senegalese Gora Mbengue, lascia una città attonita e culturalmente sguarnita. C’è poi l’aggressione subìta in via Landolina da un altro cittadino senegalese ad opera del libico Erriyani Alì.

Episodi a stretto giro e fortemente segnati dall’impatto cromatico del sangue, che ci dicono come sia in atto uno stravolgimento a tratti epocale: cambia, e di molto, la percezione dei fatti criminali. Non più organizzati e dentro logiche codificabili, per quanto infami e anch’esse brutali. Ma immediati, repentini, umorali e spesso disperati. In una sola parola: liquidi. Forse l’aggressione al sindaco Enzo Bianco può rientrare in questa tipologia di fatti.

Catania scopre un esercizio dell’atto violento che va di pari passo con le crescenti nevrosi globali, collettive o solitarie che siano. Gesti imprevedibili e feroci come una l’esplosione di una mina nascosta sotto le macerie di una crisi economica che sembra non voler cedere il passo. Lo stesso avviene in buona parte delle città occidentali. Proprio nei centri più grandi e affollati, quelli cioè che dell’emarginazione periferica, delle sacche di esclusione, ne hanno fatto una protesi. Il capoluogo etneo è già vasto e smaliziato. Difficile non accorgersene. Ma non è solo questione di perimetro. La novità da registrate è che anche sotto il Vulcano si è persa quella misura del tutto umana, quella forma assai raccolta e circoscritta dei legami sentimentali, entro cui, un tempo, certe tensioni ossessive sarebbero state sicuramente stemperate.

Si è persa – per rimestare una lemma forse assai banale – la dimensione del campanile. Il che non è per forza di cose un male. L’ammonimento è d’obbligo: non bisogna guardare al passato come a un rifugio sicuro, nascondendone però  incongruenze e crudeltà. Sarebbe fare dell’ipocrisia a buon mercato. Il che non aiuta. Gli orrori sono sempre esistiti, assieme al dolore di chi resta. Va da sé poi che la Storia è sempre uguale. Negli anni del boom economico, come nella depressione dell’Austerità. C’è stato il tempo del terrorismo, degli odi e delle epopee criminali delle bande di quartiere.

Oggi, i fenomeni hanno una nomenclatura aggiornata. Ed ecco che arriva il femminicidio. Uno dei tanti effetti, chiaramente in negativo, di una società che cambia senza sapersi riconfigurare in una forma rappacificata con sé stessa. Ecco quindi che il sentimento amoroso, come anche la sua fine, si sviluppa in modalità artefatte se non malate. Dove il narcisismo dilaga con tutta la sua forza auto ed eterodistruttiva.

C’è poi che si muore per sfuggire dalle maglie della crisi. Ci si dà fuoco come estremo sussulto di una dignità ormai compromessa. Si mette a repentaglio la propria sicurezza per rivendicare il proprio diritto ad una vita colma di qualità e prospettive. In alcuni casi – singoli ma tuttavia esistenti – alla ricerca di un facile  protagonismo che prima passava dalla sola tv e ora dal web, in una modalità del tutto virale. Anche ciò è segno di un cambiamento profondo che passa da Catania e va di molto oltre, la cui gestione è difficile per chiunque.

Davanti a ciò, amministratori, forze dell’ordine, chiese, possono solo tamponare uno stato di emergenza che supera ogni pianificazione della sicurezza. Perché, diciamolo chiaramente, anche la legislazione più solerte e disegnata per evitare gesti estremi, davanti alla forza del momento, del raptus e della disperazione, è assolutamente inefficace.

Questo non significa, però, arrendersi ai processi in corso, subendoli. Un’analisi approfondita del momento potrebbe servire, semmai, a riscoprire e incoraggiare il valore di legami che siano quanto più significativi possibile. Insomma, bisogna riscoprirsi a più livelli  comunità. La metropolitanizzazione di una città deve avere come fine ultimo quello di creare appunto connessioni, infrastrutturali certamente, ma soprattutto sociali e morali. Ricompattare le realtà umane presenti sul territorio, offrendo opportunità. Tutto ciò non impedirà sicuramente il proporsi di violenze choccanti, ma forse ne potrà diminuire il contagio e l’impatto.

@fernandomadonia

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